
Se anche voi, guardando un film o una serie TV tratti dai gialli di Agatha Christie, vi siete scoperti a distogliere lo sguardo dal colpevole per ammirare le linee di una villa o un quadro appeso dietro la vittima, sappiate che siete in ottima compagnia.
C’è un piccolo segreto dietro queste produzioni: nei libri originali di Agatha Christie non si parla quasi mai di avanguardie artistiche o di architettura d’avanguardia. La “Regina del Giallo” preferiva concentrarsi sulla psicologia e sui veleni. Quel mondo visivo così affascinante, geometrico e sofisticato che associamo alle sue storie è, in realtà, un capolavoro di invenzione cinematografica.
I registi e gli scenografi hanno capito che per rendere perfetto un delitto serve una cornice memorabile. Ecco alcune straordinarie curiosità sul legame tra arte, architettura d’autore e grande schermo nelle indagini più famose della TV.
Pensiamo all’indimenticabile serie televisiva con David Suchet nei panni di Poirot anadata in onda dal 1989 al 2013. Il detective belga, con i suoi baffi neri, folti e modellati con una precisione geometrica millimetrica; con la sua celebre spilla in argento appuntata sul bavero della giacca al cui interno Poirot inseriva ogni giorno un piccolo fiore fresco. Proprio lui, Hercule Poirot,amante dell’ordine, della simmetria e della modernità, non poteva che vivere in un edificio all’avanguardia. La sua casa londinese, la Whitehaven Mansions, esiste davvero: nella realtà è Florin Court, uno splendido palazzo in stile Art Déco costruito nel 1936 a Londra, con una facciata ondulata che è un manifesto di pulizia formale progettato dallo studio di architettura Guy Morgan and Partners.
All’interno dell’appartamento di Poirot, ogni dettaglio è studiato: dalle lampade geometriche ai paraventi dai motivi stilizzati. Perché questa scelta? Gli scenografi hanno ammesso che l’Art Déco, con i suoi angoli retti, i giochi di specchi e le geometrie nette, crea zone d’ombra perfette per nascondere segreti.
Le ville dei delitti: I capolavori dell’architettura modernista
Nelle trasposizioni televisive, le classiche e cupe magioni vittoriane hanno spesso lasciato il posto a luminose ville moderniste. Gli scenografi hanno attinto a piene mani dal movimento moderno per dare un senso di assoluta pulizia d’avanguardia.
High & Over (Amersham): è una delle case moderniste più famose d’Inghilterra, progettata nel 1929 dall’architetto Amyas Connell. Con la sua pianta a Y, le grandi vetrate e la struttura in cemento armato, compare nell’episodio Il re di trifogli. La sua architettura geometrica e i suoi interni bianchi e spogli diventano lo sfondo ideale per far risaltare il contrasto cromatico del sangue e degli indizi.
The Homewood (Surrey): progettata dal noto architetto Patrick Gwynne nel 1938 come sua residenza personale, questa straordinaria villa modernista sollevata su pilastri fa da cornice all’episodio La domatrice. La linearità della struttura riflette perfettamente la mente matematica e l’amore per l’ordine del detective belga.
Shrubs Wood (Chalfont St Giles): splendido esempio di International Style progettato da Erich Mendelsohn e Serge Chermayeff negli anni Trenta. Con la sua iconica scala circolare e le ampie pareti curve in vetro, appare in ben due episodi Il caso del testamento mancante e Tragedia in tre atti, dimostrando come l’architettura d’autore sia un personaggio a tutti gli effetti all’interno della narrazione.




Se l’architettura modernista definisce gli esterni, gli interni sono dominati da un’estetica inconfondibile. In molte scene d’interni, specialmente nelle camere da letto delle ricche e fatali eroine della Christie, lo spettatore attento può notare tele che richiamano in modo evidente lo stile geometrico, sensuale e scultoreo di Tamara de Lempicka.

Naturalmente, per ragioni di diritti e di budget, le produzioni non utilizzano i quadri originali dell’artista polacca, ma si affidano ai pittori di scena per creare delle opere ad hoc. Si tratta di “falsi d’autore” rivisti e corretti, che fondono il cubismo ammorbidito tipico della Lempicka con i volti e le pose dei personaggi della serie. Queste tele fittizie non sono solo decorazioni: servono a comunicare immediatamente al pubblico lo status sociale, l’emancipazione e la spregiudicatezza della padrona di casa, inserendo lo spettatore nel pieno clima degli anni Trenta.
I fan più attenti hanno scoperto che lo stesso identico quadro (il ritratto di un uomo d’affari) compare prima come elemento d’arredo in un club per soli uomini nell’episodio Il mistero della cassapanca spagnola, e qualche stagione dopo appeso a una parete in Due mesi dopo, dove cade drammaticamente per terra diventando parte della messinscena di un omicidio. Un vero e proprio riciclo artistico.

Se invece guardiamo alle trasposizioni più recenti prodotte dalla BBC come Dieci piccoli indiani o Un cavallo per la strega curate dalla sceneggiatrice Sarah Phelps, c’è una chicca per veri collezionisti e amanti dell’arte barocca.
In ognuno di questi film è stato nascosto, da qualche parte nella scenografia, lo stesso quadro: l’Agnus Dei di Francisco de Zurbarán, un capolavoro del Seicento spagnolo che ritrae un agnello legato, pronto per il sacrificio. Gli occhi dell’animale sono aperti, sospesi tra la vita e la morte. La sceneggiatrice ha rivelato di averlo voluto inserire in ogni set come un indizio subliminale, un commento muto sul destino dei personaggi: in un giallo di Agatha Christie, gli ospiti di una villa sono esattamente come quell’agnello, legati e in attesa del proprio destino, senza possibilità di scelta.
La prossima volta che guarderete un’indagine sul grande o piccolo schermo, provate a ignorare per un attimo gli indizi tradizionali e fate caso alle pareti: l’arte, nel cinema giallo, non è mai solo un elemento d’arredo.
