Ieri ho sofferto il dolore,

non sapevo che avesse una faccia sanguigna,

le labbra di metallo dure,

una mancanza netta di orizzonti.

[…]

Alda Merini

Quando mi fermo a guardare un’opera di Yayoi Kusama, quello che vedo prima di tutto non è la quota raggiunta in asta da Sotheby’s o il logo di un brand di lusso. Vedo la pelle di una persona che ha dovuto inventarsi un trucco geniale per restare al mondo.

C’è un dettaglio che mi ha sempre colpito a fondo della sua storia: dal 1977 Kusama vive per sua scelta all’interno dell’ospedale psichiatrico di Seiwa, a Tokyo. Non è una clausura punitiva, né un’eccentricità da diva: è una vera e propria strategia di sopravvivenza. La clinica le offre la gabbia contenitiva di cui la sua testa ha bisogno, mentre il suo studio, che si trova proprio di fronte alla struttura, è lo spazio in cui liberare l’esplosione. Dipingere per lei non è una professione e nemmeno un semplice talento: è una terapia quotidiana ad altissimo dosaggio. Quei pallini infiniti, quelle reti che sembrano non finire mai, sono il suo modo di imbrigliare le allucinazioni, di dare una forma rigida a un terrore che altrimenti la inghiottirebbe. La stanza dell’ospedale non le ha tolto la libertà, le ha dato il perimetro sicuro per poterla esercitare.

Questa cosa mi fa subito pensare a una nostra gigante, un’anima che ha camminato sullo stesso identico filo spine-e-luce: Alda Merini.

Certo, le differenze storiche e personali sono abissali. Merini il manicomio (il Paolo Pini di Milano) lo ha subito come una violenza e una punizione istituzionale, non come una scelta, ma il motore interiore è identico. Merini incideva versi per riprendersi il corpo e la dignità che l’istituzione provava a calpestare; Kusama copre le tele di segni per non sparire.

Per entrambe l’arte non è servita a “guarire”, la ferita rimasta aperta è la traccia stessa del loro lavoro, ma è diventata l’unica ancora possibile.

Se per la poetessa milanese la parola era la sola risposta umana all’orrore dell’elettroshock, per la pittrice giapponese la ripetizione del pallino è l’atomo che mette ordine nel caos.

Entrambe hanno preso una diagnosi, una diagnosi pesante, e l’hanno trasformata in una lingua universale con cui parlare al resto del mondo.

Ma c’è un cortocircuito pazzesco in questa storia, ed è quello che succede quando si guarda al valore economico che la mente di Kusama ha generato all’esterno di quella clinica.

L’impero nato da una stanza: tra tutela, collezionismo e aste

È affascinante notare come un’esistenza spesa nell’ombra protetta di un ospedale si sia trasformata in uno dei mercati d’arte più feroci e desiderati del pianeta.

Proprio perché l’universo di Kusama è diventato così popolare (e quindi goloso per il mercato dei falsi), la gestione della sua eredità è cieca e rigorosissima. La Yayoi Kusama Foundation (che gestisce anche il suo museo a Tokyo) insieme alla YAYOI KUSAMA Inc. controlla ogni opera con un rigido programma di registrazione. Non rilasciano perizie d’impatto o superficiali: la tracciabilità delle sue tele è blindata, quasi a voler riflettere quell’ordine maniacale con cui lei stessa dipingeva.

Chi compra Kusama oggi? Il suo collezionismo ha una doppia anima che trovo incredibile. Da una parte ci sono i grandi musei internazionali e i collezionisti d’élite che si contendono le rarissime tele storiche degli anni Cinquanta e Sessanta (i primi Infinity Nets realizzati a New York). Dall’altra c’è un collezionismo trasversale, quasi democratico ma comunque costosissimo, fatto di sculture di zucche (Pumpkins), serigrafie numerate, edizioni limitate e oggetti nati dalle mega-collaborazioni con la moda (come quella celeberrima con Louis Vuitton).

I numeri da record sul mercato secondario

Nelle sale d’asta di New York e Londra, Kusama è stabilmente l’artista donna vivente più pagata al mondo. Le sue opere storiche superano regolarmente i 10 o 15 milioni di dollari, mentre le sue zucche sono diventate dei veri e propri beni rifugio per il mercato globale, in particolare quello asiatico.

Il prezzo dell’infinito: la vera eredità di Yayoi Kusama

La vera magia, e forse l’ironia più grande del nostro mercato, sta tutta qui: mentre i grandi investitori e i collezionisti di tutto il mondo continuano a contendersi a suonane di cifre da capogiro un pezzo del suo caos domato, Yayoi Kusama ha scelto per decenni di riattraversare la strada ogni singola sera, lasciando i fasti del mercato per tornare nella sua stanza di clinica.

È questo il cortocircuito che inchioda chi colleziona sul serio: per chi acquista un’opera di Kusama si tratta di un investimento milionario, uno status symbol scintillante o un pezzo d’infinito da custodire in portafoglio. Ma per lei, che quell’infinito lo ha rappresentato sulla tela per sopravvivere ai suoi demoni, è stato semplicemente il prezzo pagato per poter vivere un giorno in più.