È rimbalzata ovunque tra ieri e oggi, sulle bacheche di addetti ai lavori e appassionati, la notizia lanciata da Artribune sul debutto di Fair Play a Londra. Si tratta dell’ennesimo segnale di un sistema dell’arte in continua, vertiginosa e talvolta affannosa metamorfosi.
Ideato da Ryan Stanier, già fondatore di The Other Art Fair, questo nuovo format fieristico punta su un’idea seducente: permettere a circa settanta artisti di esporre e vendere direttamente le proprie opere, azzerando i costi fissi per lo stand e tagliando fuori la figura del gallerista.
Il modello economico sposa una logica di rischio condiviso: niente affitto per lo spazio espositivo, ma una commissione del 42% sulle vendite effettive. Se l’opera non viene venduta, l’artista torna in studio senza aver subito alcuna perdita finanziaria diretta.
A una prima lettura può sembrare la svolta decisiva, un atto di emancipazione per gli artisti emergenti. Ma è davvero tutto così lineare? Fermandosi a osservare da vicino le dinamiche del mercato, viene spontaneo chiederci se la fiera Fair Play a Londra sia un’autentica rivoluzione democratica o l’ennesima illusione del “fai da te”.
Il nodo delle percentuali: un reale vantaggio o un’illusione ottica?
Partiamo dai numeri, perché è spesso dietro l’aritmetica che si nascondono i fraintendimenti più grandi. La trattenuta del 42% sulle vendite può apparire, a un occhio non avvezzo alle logiche di mercato, come un gesto di straordinaria generosità da parte dell’organizzazione. Chi però lavora o gravita da tempo nel mondo dell’arte conosce bene una verità fondamentale: di base, quasi tutte le gallerie d’arte trattengono almeno il 50% su qualsiasi vendita.
Ed è cruciale sottolineare che quella percentuale non scatta soltanto durante la partecipazione a una fiera. Rappresenta invece la regola aurea per qualsiasi transazione ordinaria: che l’opera venga venduta in mostra, nello spazio espositivo della galleria o persino quando un collezionista va a prenderla direttamente nello studio dell’artista.
Il reale margine di risparmio del format Fair Play a Londra non sta dunque nella quota ceduta sulla vendita, che rimane pressoché in linea con i parametri tradizionali, ma unicamente nell’assenza del costo fisso iniziale per l’affitto dello stand. Ma se la fetta che la fiera trattiene è quasi equivalente alla percentuale che una galleria preleva normalmente su ogni vendita, occorre chiedersi se sia davvero la stessa cosa cedere quasi la metà del prezzo a un evento di pochi giorni rispetto a cederla a chi gestisce una rappresentanza e una promozione continuativa nel tempo.
La galleria d’arte: un biglietto da visita e un investimento nel tempo
Nel dibattito contemporaneo si tende spesso a liquidare la galleria d’arte come un semplice snodo commerciale, un pedaggio fastidioso o un filtro superfluo tra chi produce e chi acquista. Questa visione corre il rischio di peccare di una profonda ingenuità strutturale.
La galleria d’arte rappresenta prima di tutto un biglietto da visita, una garanzia critica e un presidio d’autorevolezza che un singolo artista, muovendosi in solitaria, difficilmente riesce a costruire con la stessa efficacia.
Non dobbiamo infatti dimenticare la differenza sostanziale di visione a lungo termine.
La fiera d’arte è una parentesi passeggera: dura una manciata di giorni, offre un passaggio fugace di pubblico, colleziona contatti veloci e poi chiude i battenti fino all’anno successivo.
La galleria offre continuità e strategia: è il soggetto che inserisce l’opera all’interno di una narrazione critica organica; è la struttura che intesse relazioni durature di fiducia con i collezionisti; è chi investe risorse ed energie sul lungo periodo, programmando mostre personali, curando cataloghi, portando l’artista in altre fiere nazionali e internazionali e promovendone la presenza presso curatori, musei e istituzioni. Rinunciare a questa mediazione non rischia di significare la perdita di una rete di protezione fondamentale? L’artista, una volta spenti i riflettori della fiera, non rischia di ritrovarsi da solo a dover fare da manager, commercialista, curatore e venditore di se stesso, sottraendo tempo ed energie preziose alla ricerca poetica ed estetica?
Un modello sostenibile per il collezionismo strutturato?
C’è poi un ulteriore aspetto su cui vale la pena soffermarsi: il punto di vista di chi acquista. Il collezionismo maturo ed esigente non cerca soltanto un bell’oggetto da appendere, ma un investimento culturale garantito nel tempo. Il marchio e la reputazione della galleria svolgono da sempre la funzione di “bollino di garanzia” sulla provenienza, sulla tenuta del prezzo e sulla prospettiva futura dell’artista. Senza questa validazione espositiva, la vendita in fiera rischia di trasformarsi in una trattativa estemporanea, limitata a una fascia di acquirenti occasionali e meno attenti al posizionamento storico e critico dell’opera.
Un dibattito aperto: interrogativi per il lettore
Iniziative come Fair Play a Londra hanno indubbiamente il merito di scuotere le acque e di stimolare un dibattito quanto mai necessario sul costo dell’accesso al mercato espositivo. Tuttavia, le questioni aperte rimangono molte ed è interessante proporre qualche spunto di riflessione a chi legge:
Liberazione o sovraccarico? L’idea di fare a meno delle gallerie è davvero una forma di emancipazione per l’artista o rischia di privarlo di quella struttura di supporto indispensabile per durare nel tempo?
Il ruolo del collezionista. Il collezionismo strutturato è davvero pronto ad acquistare opere sprovviste della curatela, del filtro e della garanzia di una galleria di riferimento?
Visibilità vs Carriera. Può la visibilità d’impatto ma fugace di un evento temporaneo sostituire la costruzione metodica, quotidiana e strategica di una carriera artistica?
L’esperimento di Fair Play a Londra solleva nodi che vanno ben oltre il semplice calcolo economico dell’affitto di uno stand. Ci forza a interrogarci sul senso profondo del valore dell’arte, sulla natura della cura e sul ruolo, ancora insostituibile? di chi sceglie di scommettere ogni giorno sul talento di un artista.
