Prendiamoci il tempo di un caffettino domenicale per aprire le porte della mia biblioteca. Ci sono libri che non sono semplici raccolte di pagine, ma custodi di storie, mostre dimenticate e intuizioni straordinarie. Oggi ho tirato fuori dallo scaffale un volume speciale, una vera e propria perla che ci riporta alla Venezia del 1990.

Il volume si intitola  Eduardo Chillida, XLIV Esposizione Internazionale d’Arte. La Biennale di Venezia, pubblicato nel 1990 dalla storica Fabbri Editori.

Eduardo Chillida (San Sebastián1924-San Sebastián 2002) è stato uno dei più grandi maestri della scultura internazionale del Novecento. Spagnolo, di origine basca, ha rivoluzionato l’arte plastica lavorando il ferro battuto, l’acciaio, la pietra e il cemento non per riempire lo spazio, ma per “definirlo” e scolpire il vuoto. Le sue opere, spesso monumentali e inserite nei paesaggi naturali o urbani di tutto il mondo, fondono una forza quasi primitiva con una profonda poesia filosofica e architettonica.

Questo libro è la testimonianza di un evento straordinario: la grande mostra omaggio a Eduardo Chillida organizzata dalla Biennale di Venezia insieme alla Galleria di Ca’ Pesaro, tenutasi tra il 26 maggio e il 30 settembre del 1990. All’epoca il maestro basco era ancora in vita, e l’esposizione, resa possibile dalla collaborazione con il Comune di Venezia e i Musei Civici, documentò magistralmente come le sue materie severe potessero dialogare in totale armonia con la luce e l’acqua della laguna.

Il catalogo è caratterizzato da una copertina in bianco e nero che riprende i contrasti grafici e i tagli plastici tipici dell’artista. Sfogliandolo, la vera sorpresa è la ricchezza della documentazione visiva: all’interno si trovano infatti le immagini di diversi disegni d’infinità intensità, che vanno dal 1948 al 1989, oltre alle fotografie delle sue celebri sculture realizzate tra il 1951 e il 1990, molte di queste fotografate ambientate nei loro spazi e paesaggi d’elezione.

C’è un dettaglio che mi ha letteralmente conquistata sfogliando le pagine: alcuni disegni sono stati riprodotti e fotografati così com’erano, mostrando con assoluta onestà le delicate macchie lasciate dal tempo sulla carta, senza alcun restauro artificiale o correzione grafica. Lungi dall’essere un difetto, questa scelta editoriale non è affatto brutta; al contrario, dona alle riproduzioni un fascino e una verità d’archivio che commuove. Un volume solido, testimone di un’editoria d’arte italiana d’altissimo livello.

Ma c’è un motivo in più se questo volume è prezioso: al suo interno custodisce un testo fondamentale intitolato proprio “Eduardo Chillida” e firmato da Giovanni Carandente.

Carandente (1920-2009) fu lo storico e critico d’arte che nel 1962 curò la celeberrima mostra a cielo aperto “Sculture nella città” a Spoleto, portando i più grandi scultori del mondo (da Alexander Calder ad Arnaldo Pomodoro) a installare le proprie opere d’arte contemporanea direttamente nelle piazze e nelle vie medievali, anticipando di decenni il concetto moderno di arte pubblica. Carandente fu il Direttore Visivo delle edizioni della Biennale di Venezia del 1988 e del 1990. Questo catalogo rappresenta quindi la sintesi perfetta del suo lavoro di ricerca e della sua straordinaria capacità di dialogare alla pari con i giganti internazionali, lasciandoci sguardi critici che oggi sono storia a tutti gli effetti.

Perché questo specifico catalogo d’archivio merita un posto d’onore nella nostra biblioteca?

I cataloghi delle grandi mostre pubbliche degli anni Novanta sono mappe fondamentali per ricostruire la storicità e il percorso espositivo delle opere d’arte. la presenza in questo volume dei disegni e delle foto delle opere nel loro contesto reale mostra lo stretto legame di Chillida tra la progettazione su carta, l’architettura e l’ambiente circostante. Scegliere di pubblicare i disegni con i segni del tempo, rispettando l’invecchiamento della carta, rispecchia in pieno l’etica di Chillida, un artista che non ha mai cercato la perfezione patinata, ma la verità profonda della materia. I cataloghi storici firmati da persone del calibro di Carandente, ormai esauriti da tempo e legati a edizioni cruciali della Biennale, sono diventati a loro volta rari oggetti da collezione, ricercati per la loro cura d’altri tempi, sia editoriale che tipografica.