Durante lo svolgimento della Biennale di Venezia, spesso si riscontra un po’ di confusione tra le attività dei padiglioni dei Giardini o dell’Arsenale e la galassia di mostre che spuntano in ogni angolo della città. È un ecosistema affascinante, ma distinguere tra ciò che è “ufficiale”, ciò che è “collaterale” ma patrocinato e poi ciò che non è ufficiale, è fondamentale per capire chi si muove e come si muove negli ambienti dell’arte, perché è fuor d’ogni dubbio che la città agita cultura ma anche molti interessi.

Non tutto ciò che brilla di arte contemporanea è “Biennale” in senso stretto. Esiste un confine fatto di regolamenti e curatele, che separa il cuore pulsante delle storiche sedi da una moltitudine di eventi satellite che rendono la città un labirinto di scoperte talvolta strepitose, ma che con l’istituzione ufficiale condividono spesso solo il patrocinio e il calendario.  Distinguere tra un Padiglione Nazionale, un Evento Collaterale e una mostra indipendente, a Venezia durante la Biennale può essere un’impresa per soli addetti ai lavori.

La Biennale di Venezia è composta ufficialmente da due pilastri: la mostra Internazionale; curata dal Direttore Artistico nominato dalla Biennale a cui spetta la scelta del tema di fondo che contraddistingue l’intera rassegna; le partecipazioni Nazionali; ovvero i padiglioni storici ai Giardini e gli spazi nazionali all’Arsenale o nel centro storico, gestiti dai rispettivi governi. Tutto ciò che rientra in queste due categorie è organizzato, approvato e finanziato dalla Fondazione La Biennale di Venezia e, ovviamente, dal Ministero della Cultura Italiano.

Poi ci sono gli eventi collaterali. Si tratta di progetti patrocinati ma promossi da Enti o Istituzioni internazionali no profit. Per fregiarsi del titolo di “Evento Collaterale”, questi devono superare una selezione del curatore della Biennale. Una volta approvati, possono usare il logo ufficiale e appaiono nel catalogo e nella pubblicistica della Biennale. Un Evento Collaterale non è certo una mostra “abusiva”, ma non è nemmeno organizzata dalla Biennale. A chiudere ci sono le mostre totalmente indipendenti di iniziativa privata, non patrocinate ed esterne all’ufficialità, organizzate approfittando del flusso di critici e collezionisti presenti in città.

Parliamo poi di una questione che ogni anno solleva più di una perplessità tra gli addetti ai lavori. Come è noto non tutti gli stati posseggono un padiglione permanente ai Giardini né spazi fissi all’Arsenale. In assenza di aree assegnate le devono affittare in città. Non tutti gli stati partecipanti hanno una struttura ministeriale dedicata all’arte contemporanea o un budget statale per la partecipazione e questo può pregiudicarne la presenza con evidente danno d’immagine interno. In assenza di fondi ricorrono a una pratica ormai consolidata: il governo del paese ammesso alla partecipazione nomina un commissario o un curatore esterno — spesso straniero — a cui dà mandato di organizzare in sua vece il padiglione, occupandosi anche del reperimento dei fondi necessari a garantirne di fatto la partecipazione. In sintesi, la nazione mette la propria possibilità alla partecipazione mentre un’organizzazione, spesso italiana, mette i “fondi” e gestisce ogni aspetto della curatela.

È una pratica criticata da molti ma difesa da chi sostiene che sia l’unico modo per permettere anche a nazioni in via di sviluppo di avere una voce (seppur mediata) nel più importante palcoscenico artistico del mondo. Autonomia o accoglienza su “commissione”?

L’apertura di una nuova delegazione nazionale solleva spesso curiosità, ma quando l’intera macchina organizzativa, gestionale e curatoriale viene affidata a una struttura del paese ospitante, il confine tra supporto e sostituzione può farsi sottile.

Fino a che punto una nazione può dirsi realmente rappresentata se la “regia” del proprio spazio è delegata a un’entità esterna, che appartiene al contesto che la ospita?

È possibile che il desiderio di esserci a ogni costo trasformi un’istituzione culturale in una sorta di “service” per paesi che faticano a gestire la propria presenza in autonomia?

In questo scenario, la presenza di artisti italiani all’interno di un padiglione che dovrebbe rappresentare una nazione estera genera un cortocircuito di senso. Se da un lato “salva” una presenza nazionale altrimenti assente dalla mostra principale, dall’altro pone interrogativi sul valore professionale dell’operazione.

Restano infine altre due domande importanti a cui non è così facile dare risposta: chi trae davvero prestigio da un’operazione del genere? Se da un lato lo stato ammesso ottiene una bandiera piantata a Venezia senza un impegno economico, dall’altro la sua identità culturale viene di fatto “curata” e mediata da sguardi esterni. Per gli organizzatori e gli artisti italiani, d’altro canto, esporre in una Partecipazione Nazionale è un salto di carriera tangibile, ma il valore di quel “visto sul passaporto” artistico rischia di apparire sbiadito se ottenuto tramite un accordo logistico, piuttosto che per un reale legame con il territorio rappresentato o la qualità del messaggio esposto.

È lecito pensare che quando un Paese “affitta” il proprio nome a curatori stranieri, la Biennale corre il rischio di smettere di essere una geografia di culture diverse per diventare un mercato dei titoli di partecipazione.

 È ancora prestigio autentico o stiamo assistendo a una sorta di “diplomazia culturale a pagamento” dove la bandiera può essere solo una cornice? Curatori e critici internazionali sanno perfettamente quali sono i padiglioni “curatoriali” frutto di una ricerca nazionale profonda e quali sono quelli “logistici” gestiti da terzi con budget privati.

Se un artista italiano espone nel padiglione di uno stato straniero senza un legame reale con quel territorio, la mossa può essere percepita come una mera operazione di marketing. In questa zona grigia, il fregio per l’artista può non essere un marchio indelebile, ma una sfumatura di credibilità che viene pesata con bilancini di precisione. Il vero interrogativo rimane sospeso: un evento sotto la bandiera della Biennale ma isolato dal resto della kermesse, ha lo stesso suono di un riconoscimento nato da un vero percorso identitario? O è semplicemente una scenografia di prestigio allestita per chi ha fretta di arrivare al traguardo?