
Per i collezionisti che cercano l’anima di Venezia oltre la superficie scintillante dei canali, il nome di Marco Novati (Venezia 1895– Venezia 1975) rappresenta una fermata obbligatoria. Spesso associato alla Scuola di Burano o alla vibrante stagione di Ca’ Pesaro, Novati è in realtà un solitario, un artista che ha saputo tradurre la malinconia lagunare in una pittura densa, materica e profondamente umana con i suoi quadri di valore storico.
Mentre molti suoi contemporanei si perdevano nel pittoresco da cartolina, Novati sceglieva la via del realismo espressionista. La sua Venezia è fatta di mercati ittici all’alba, di osterie fumose e di interni domestici carichi di una tensione silenziosa. La sua pennellata è corposa, quasi scultorea. Novati “costruisce” l’immagine con il colore, stratificando sentimenti e pigmenti. Ritratti di pescatori, di avventori di osterie, di fabbricanti di remi, gondolieri, nudi femminili, nature morte con pesci (divenute iconiche per la loro forza brutale) e autoritratti che documentano, con spietata onestà, il passare del tempo. I suoi ritratti non sono semplici effigi, ma indagini psicologiche. Possedere un suo volto significa portare in casa un pezzo di storia vissuta, lontano dall’astrazione. Marco Novati è celebre per il suo sguardo profondamente umano verso gli umili, i reietti e i lavoratori.
Marco Novati resta il custode di una Venezia che scompare, di una Venezia autentica, che non c’è più. Un artista che ha preferito il “vero” al “bello”, regalandoci però una bellezza molto più duratura e viscerale. Un narratore dell’anima della città. La sua pittura funge da archivio; non si limita a ritrarre luoghi, ma documenta l’identità di una Venezia popolare e pulsante, ormai travolta dal turismo di massa.
Le tele di Novati sono finestre aperte su un passato silenzioso, dove la nebbia e i canali periferici raccontano una città lenta, solitaria e autentica, lontana dai fasti barocchi e vicina alla verità della terra e dell’acqua. Una Venezia fatta di sguardi duri, di silenzi densi e di una dignità operaia che il pennello di Novati ha saputo rendere eterna attraverso volti rugosi e calli solitarie.
La partecipazione di Marco Novati alla Biennale di Venezia è stato un sodalizio lungo e profondo che ne ha consacrato il ruolo di protagonista della pittura lagunare del Novecento. Novati è stato un ospite quasi fisso tra il 1928 e il 1954, accumulando ben nove presenze. Per un collezionista, conoscere le opere esposte in queste occasioni è fondamentale, poiché rappresentano i vertici della sua ricerca espressiva. Ha fatto inoltre parte del gruppo di Palazzo Carminati, cuore pulsante dell’avanguardia veneziana di inizio secolo e all’Ordine della Valigia; storico gruppo di artisti veneziani che esponevano in luoghi non convenzionali (come il ristorante Gorizia), mantenendo viva una pittura figurativa legata alla tradizione ma carica di modernità espressiva.
Si è da poco conclusa al centro culturale Laurentianum a Mestre (Venezia) l’esposizione monografica intitolata “La Venezia di Marco Novati 1895–1975“, curata dallo storico dell’arte Marco Dolfin. Marco Dolfin ha sottolineato come questa mostra sia un atto necessario, dal momento che l’ultima monografica dedicata a Novati risaliva addirittura al 1975, anno della sua morte. Si tratta di un evento significativo perché arriva a colmare un lungo silenzio istituzionale su uno dei protagonisti più intensi della pittura veneziana del Novecento, a cinquant’anni dalla sua scomparsa. La mostra ha raccolto un cospicuo numero di opere, molte delle quali inedite, provenienti da collezioni private e gallerie. Il percorso curato da Dolfin non è solo una celebrazione estetica, ma una vera operazione di “restituzione critica” che verte sull’evoluzione artistica dagli esordi degli anni Venti alle tarde nature morte.