Lo straordinario recupero del patrimonio friulano dopo l’Orcolat, il terremoto del 1976.

Il 6 maggio 1976, alle ore 21, la terra tremò con una violenza tale da riscrivere la geografia della regione. L’ORCOLAT, il mostro della mitologia popolare che scuote le montagne, portò via vite, case, fabbriche e minacciò di portar via secoli di storia artistica custodita in duomi, pievi, castelli e residenze private.

Oggi su CollezionArti, vogliamo rendere omaggio alla memoria e alla straordinaria opera di “pronto soccorso” e restauro che ha permesso ai capolavori dell’arte di continuare a parlarci dopo il devastante terremoto del 1976. Nelle ore immediatamente successive al sisma mentre la priorità era il soccorso umano, si attivò una macchina della Soprintendenza senza precedenti. Funzionari, volontari e alpini lavorarono fianco a fianco per estrarre dalle macerie ciò che restava di polittici, affreschi, statue lignee e opere d’arte contemporanea. A Venzone o a Gemona, il recupero non fu solo un atto tecnico, ma un gesto di speranza. Ogni scheggia di pietra o lembo di tela veniva catalogato con una precisione chirurgica. Il sisma del ’76 è stato, pur nella sua tragicità, un immenso cantiere di sperimentazione per il restauro moderno. Il Centro di catalogazione e restauro dei beni culturali di Villa Manin di Passariano di Codroipo così come la Scuola per il restauro nacquero proprio a seguito del tragico terremoto del 1976. Avremo modo di parlare di questo con uno dei primi diplomati della Scuola che ci racconterà dall’interno l’atmosfera di quegli anni e la sfida di trasformare le macerie in un’eredità per il futuro.

I cantieri del restauro

Il Restauro Ligneo. Le chiese friulane erano scrigni di altari lignei (i celebri flügelaltar). L’umidità delle macerie e i traumi meccanici avevano devastato il legno. Grazie a tecniche d’avanguardia, si riuscì a stabilizzare il supporto e a reintegrare le policromie senza cancellare i segni della storia.

Il restauro architettonico. Migliaia di frammenti di pietra sono stati misurati, fotografati e ricollocati nella loro posizione originale grazie a sofisticati calcoli matematici e alla pazienza infinita dei lapicidi.

Il Centro di catalogazione e restauro dei beni culturali di Villa Manin di Passariano di Codroipo così come la Scuola per il restauro nacquero proprio a seguito del tragico terremoto del 1976.

Molte opere trovarono rifugio temporaneo a Tolmezzo presso il museo delle Arti e delle Tradizioni popolari, a Moggio udinese un magazzino fu allestito nell’asilo comunale, presso il Museo Civico di Pordenone e nella Chiesa di San francesco di Pordenone, a Udine presso il Museo Diocesano, le Chiese di S. Francesco e di S.Bernardino e presso il seminario arcivescovile. Questi i principali luoghi che divennero i “caveau” sicuri della cultura friulana durante la ricostruzione. Centinaia di tele, statue, arredi sacri e oreficerie vennero trasportate qui dalle zone più colpite (come Gemona, Venzone e l’alto Friuli) per essere messi in sicurezza in un ambiente controllato, lontano dal fango e dalle intemperie delle tendopoli. Non furono solo un deposito, ma veri e propri “ospedali da campo” per l’arte. Restauratori provenienti da tutta Italia e dall’estero lavorarono per eseguire i primi interventi di consolidamento, evitando che i danni causati dai crolli e dall’umidità diventassero irreversibili.

Ancora oggi il Friuli resta il simbolo di come la gestione dell’emergenza sia diventata, col tempo, un’eccellenza istituzionale nella tutela del patrimonio culturale regionale. Il terremoto non risparmiò affatto il contemporaneo. Mentre le squadre di recupero scavavano tra le macerie delle pievi medievali, un altro fronte si apriva: quello dell’arte del Novecento. Molte collezioni private e civiche (pensiamo ai musei di Udine o alle raccolte locali di centri come Tolmezzo e Gemona) custodivano opere di maestri friulani e italiani del XX secolo.

Molte di queste tele e sculture furono ricoverate in diversi centri logistici per riparare i danni causati da urti e crolli. C’è poi un episodio straordinario legato al contemporaneo. Subito dopo il sisma, si attivò una rete internazionale di artisti che donarono le proprie opere per sostenere la ricostruzione e per rimpinguare il patrimonio perduto. Fu anche l’occasione per mettere in sicurezza e catalogare con criteri moderni i lavori di artisti come Zoran Mušič, Luigi Spazzapan o i fratelli Basaldella (Afro, Dino e Mirko), le cui opere rappresentavano l’identità moderna di un Friuli che voleva guardare avanti senza dimenticare le proprie radici.

Diverse opere contemporanee salvate in quel periodo sono diventate poi il nucleo portante di importanti esposizioni regionali, a testimonianza che l’arte, anche quella più recente, è la prima cosa che si salva quando si vuole ricostruire l’anima di un popolo. Per la prima volta in Italia su scala così vasta, si utilizzarono tecniche di fotogrammetria e catalogazione informatica. Quello che nacque come un magazzino d’emergenza si trasformò nel seme di quella che oggi è la moderna concezione di museo diffuso e tutela integrata. Oltre alle tele e alle statue, c’era un patrimonio più fragile e silenzioso che rischiava di scomparire sotto la polvere: la memoria documentaria.

La Soprintendenza Archivistica per il Friuli-Venezia Giulia avviò un’operazione di ricognizione e salvaguardia senza precedenti, consapevole che un popolo senza i propri archivi perde il proprio passato e il proprio diritto al futuro. Furono estratti dalle macerie dei comuni i registri anagrafici, le mappe catastali e i documenti amministrativi. Mettere in salvo queste carte significava permettere ai comuni di tornare a funzionare e ai cittadini di ritrovare la propria storia civile. Le parrocchie custodivano secoli di cronache locali, registri di battesimo e documenti che erano l’unica traccia di comunità intere. Il recupero di questi documenti, spesso finiti sotto crolli pesantissimi, fu una corsa contro il tempo e contro l’umidità. La Soprintendenza non dimenticò le carte delle grandi famiglie friulane e delle piccole realtà locali, spesso depositarie di tradizioni e saperi artigiani che altrimenti sarebbero andati dispersi. Molti di questi documenti vennero trasportati d’urgenza nei principali Archivi di Stato e in centri di stoccaggio dove furono sottoposti a processi di asciugatura e disinfestazione per evitare lo sviluppo di muffe. Grazie a questa meticolosa opera di catalogazione e protezione, oggi gli storici e i cittadini possono ancora consultare le radici del Friuli pre-76.

Un’applauso ai protagonisti della tutela

Dedichiamo un applauso a tutti i restauratori, ai tecnici e ai funzionari della Soprintendenza. Uomini e donne che lavorarono spesso tra i crolli della polvere, guidati dalla missione di proteggere la cultura. Il nostro pensiero va a chi ha perso la vita in altre emergenze sismiche. Ricordiamo con commozione i tecnici della Soprintendenza rimasti sotto le macerie della Basilica di S.Francesco di Assisi nel 1997; crollata mentre stavano verificando i danni dei capolavori di Giotto e Cimabue. Un filo rosso di sacrificio unisce questi custodi della nostra “bellezza”.

A 50 anni dal sisma, sia per chi quel dramma lo ha vissuto, sia per chi allora era appena nato, resta un ricordo che tocca le corde del cuore. C’è una fierezza silenziosa nel guardare oggi una pieve tornata a splendere o un altare ligneo tornare nella sua collocazione.  È la fierezza di chi non si è pianto addosso ma ha saputo raccogliere ogni frammento di pietra e di carta. Il Friuli ha saputo custodire e restaurare anche i suoi tesori più fragili.  

A chiunque si trovi a passare o decida di visitare il Friuli suggeriamo una tappa a Venzone monumento nazionale eletto Borgo dei Borghi. Ammirate il Duomo di S. Andrea simbolo della rinascita grazie alla sua costruzione per anastilosi: “com’era, dov’era”. Vi invitiamo a visitare il Museo Tiere Motus (storia di un terremoto e della sua gente). È un luogo che tocca nel profondo, dove attraverso strumenti multimediali e reperti, si può comprendere davvero cosa significò l’Orcolat e, soprattutto, come la tenacia di un popolo abbia saputo vincere sulla polvere.

 Il Friuli di oggi è più forte perché ha saputo custodire la sua bellezza più fragile: una terra che, con dignità e infinito amore, ha saputo far rifiorire il futuro dalle macerie del passato.

http://www.regione.fvg.it