
A meno di un anno dalla sua scomparsa, la figura di Gilberto Ganzer (1952–2026) continua a stagliarsi con nitida chiarezza nel panorama della storiografia dell’arte e della museologia del Triveneto. Nato a Gemona del Friuli e profondamente legato alle sue radici a Cavazzo Carnico il borgo di famiglia in cui è stato sepolto accanto ai genitori, Ganzer ha incarnato una concezione alta, partecipe e militante della disciplina: una ricerca accademica mai intesa come freddo esercizio di erudizione, bensì come strumento vivo di tutela, valorizzazione e restituzione identitaria al territorio.
La formazione e il metodo: tra rigore filologico e sensibilità tecnica
Compiuti gli studi superiori a Tolmezzo, Ganzer ha conseguito la laurea in Storia dell’Arte nel 1976 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, frequentando parallelamente l’Università Internazionale dell’Arte. Questo duplice percorso gli ha consentito di coniugare una solida preparazione teorico-critica con una profonda comprensione pratica delle tecniche pittoriche, del restauro dei materiali lapidei e dell’oreficeria.
Successivamente perfezionatosi all’Università di Padova, ha avviato la sua carriera didattica come esercitatore presso la Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea a Venezia. I suoi primi passi sul campo risalgono agli anni Settanta, tra le attività del Centro Regionale di Catalogazione dei Beni Culturali a Villa Manin di Passariano. È in questo contesto che emergono le sue straordinarie doti di ricercatore: indagini sul campo condotte tra le vallate carniche per rilevare i punzoni di calici e turiboli e ricostruire l’asse di produzione orafa tra Augsburg e Venezia. Un approccio che testimoniava fin da subito la sua capacità di intrecciare l’analisi formale dell’opera d’arte alla storia sociale ed economica.
La direzione dei Musei Civici di Pordenone: una «politica museale esemplare»
Il destino professionale di Gilberto Ganzer si è legato in modo indissolubile alla città di Pordenone a partire dal 1981, anno in cui ha assunto la direzione del Museo Civico d’Arte, per poi guidare dal 1999 l’intero sistema museale cittadino.
In oltre due decenni di direzione a Palazzo Ricchieri, Ganzer ha attuato un modello di gestione apprezzato e definito dalla critica come una «politica museale esemplare».
I tre pilastri del percorso espositivo: ha saputo dare un’identità precisa alle collezioni civiche puntando su tre nuclei fondamentali; la scultura lignea, il Rinascimento e l’Ottocento. In quest’ultimo ambito risaltano i suoi fondamentali contributi critici sul pittore Michelangelo Grigoletti e le sue ricerche sulla manifattura ceramica di Andrea Galvani.
Le grandi mostre di risonanza nazionale: sotto la sua regia sono nate esposizioni memorabili. Tra queste si ricordano Friuli rubato (1983), Il tesoro del Duomo di Gemona (1985), Il tesoro del duomo di Pordenone (1987), Tesori d’arte in Carnia (1987-88) e la celebre mostra del 1987 sulle Opere d’arte di Venezia in Friuli, allestita successivamente anche a Palazzo Ducale a Venezia, dove superò i sessantamila visitatori.
La memoria genealogica e l’occhio clinico: conservatori e colleghi ne hanno sempre ricordato la memoria prodigiosa. Ganzer conosceva a fondo le genealogie e gli intrecci delle antiche famiglie aristocratiche friulane e venete, dote che gli permetteva di decifrare la storia di un’epoca attraverso il dettaglio di un dipinto, un arredo o un manufatto prezioso.



Un ritratto intimo: l’eloquio forbito, la casa-biblioteca e l’ironia
Aver avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e lavorarci insieme rivela quanto la sua immensa cultura andasse di pari passo con un’estrema eleganza nei modi di fare. Condividere con lui un impegno come la perizia sulle opere d’arte di un’importante collezione è stato un privilegio che conserva ricordi bellissimi: lavorare «all’unisono», trovarsi in perfetta intesa analitica e umana, senza mai una dissonanza.
L’uomo privato e lo studioso si fondevano in un’armonia unica. Un gusto da salotto settecentesco. Dotato di un eloquio forbito ed estroso, amava la conversazione colta e brillante. Gli piaceva conoscere gli intrighi e le piccole vicende d’ambiente, ma mai per futile pettegolezzo o maldicenza; piuttosto, con quel gusto sottile per la commedia umana che animava il suo arguto e irresistibile sarcasmo.
Il suo splendido appartamento era un vero e proprio tempio della conoscenza, con scaffali e libri che si arrampicavano da terra fino al soffitto. A sovrastare il divano, un grande arazzo orientale impreziosiva l’ambiente, sintetizzando perfettamente il suo gusto eclettico e raffinato.
In pochi sapevano che, oltre alla passione per le arti, Ganzer privo di patente di guida, si faceva accompagnare da qualche amica a fare la spesa o in un piccolo negozio a Udine: qui sceglieva personalmente vasi di piante e orchidee da donare ad amiche e conoscenti nelle festività, gesto rivelatore di una signorilità d’altri tempi.
Inconfondibile la sua figura accompagnata dalla sottile sigaretta sempre accesa, tratto iconico che strappa ancora un sorriso affettuoso a chiunque abbia condiviso con lui una stanza e qualche inevitabile colpo di tosse.
La generosità del maestro e l’orgoglio del ricordo
Un episodio in particolare rimane impresso nella memoria come una preziosa eredità d’affetto. Diversi anni fa, in occasione della presentazione ufficiale di un’importante mostra da me curata, Gilberto rimase ad ascoltare la conferenza stampa. Al termine, si avvicinò con un bellissimo e indimenticabile sorriso per farmi i suoi complimenti.
I suoi apprezzamenti non erano formule di cortesia: erano la testimonianza sincera, schietta ed elargita a mani aperte da uno storico dell’arte di immenso valore. Ricevere quel giudizio così lusinghiero riempì di profondo orgoglio il mio cuore di giovane studiosa: la conferma, venuta proprio da lui, che la strada intrapresa era quella giusta.
Un magistero che continua
Gilberto Ganzer lascia alla storiografia un corpus imprescrittibile di studi, mostre e cataloghi fino alle sue ultime analisi dedicate ai ritratti femminili settecenteschi della Carnia. Ma a chi ha avuto il dono di lavorarci e di conoscerlo da vicino regala soprattutto il ricordo di una persona straordinaria, capace di coniugare l’infallibile rigore scientifico della perizia alla profonda umanità di un maestro e amico d’eccezione.
