
Fonte: Staatliche Kunstsammlung Dresden
La storia dell’arte è un filo continuo su cui si è tessuta la trama della nostra società. Ognuno ha dato un contributo e chi si è distinto è stato oggetto di interesse da parte di quelli che in passato ne sancivano la rappresentatività, attraverso gli inviti alle rassegne più importanti in cui un artista potesse pensare di mostrarsi. La Biennale di Venezia ha rappresentato per decenni un luogo di confronto, dove ogni nazione mostrava quanto di meglio avesse da offrire nell’ottica della continuità e dell’evoluzione artistica che seguiva il pensiero che andava consolidandosi. Per quanto consegnati ad una storia non solo loro, alcuni sono calati in un oblio che ne ha offuscato i contorni e infine cancellato il ricordo.
Dimenticati ma ben si intenda non di certo ultimi. Grandi artisti di sicuro che hanno continuato a lavorare, però non sono “emersi”.
Non pochi gli interrogativi.
La Biennale era di Venezia ma era una rassegna internazionale che non poteva permettersi di non raccogliere il meglio che l’Italia potesse offrire in quel frangente. Soprattutto nelle rassegne del secondo dopoguerra la posta in gioco in termini di prestigio doveva essere alta. Eppure in molti sono stati “confinati” in cerchie regionali o poco più, con scarsissimo interesse per una critica che nel mentre è mutata in modo inedito.
Certo i tempi cambiano ma il talento affinato nella tecnica rimaneva immutato. Forse il mancato rinnovarsi di scelte stilistiche, gestione del proprio lavoro, fortuna o sfortuna con quella critica rinnovata in relazione ai gusti. Talvolta rifiutare bandiere è stata una condanna, come aderirvi è stata la salvezza. I movimenti come i manifesti hanno tracciato basi teoriche tuttora oggetto di studio e spesso chi si è tenuto a margine ne ha pagato le conseguenze. Movimenti di opinione per quanto ristretti, hanno direzionato anche le scelte appese ai muri. Non dimentichiamoci che non c’è arte se non c’è chi la compra.

Fotografia: Paolo Steffan
Il comune denominatore per la maggior parte degli artisti che esamineremo sarà lo stile; i soggetti trattati. Che abbia influito anche questo? I loro pennelli tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta eseguivano nature morte, ritratti, interni, paesaggi…mentre vi erano altri che da tempo andavano oltre, oltre la tela, oltre le convenzioni che li rendevano respingenti rispetto a molti e paladini per pochi. Nel 1956 Saverio Barbaro dipingeva per esempio un vaso di fiori mentre nello stesso anno Burri, cuciva con grosse impunture tele grezze prive di colore aggiunto ad eccezione del nero che già otteneva bruciando i legni assemblati in sottili lamine su tavole.
Sono diverse le considerazioni che vanno fatte anche dal punto di vista della critica. Da quali critici erano affiancati?
Sono gli anni in cui il critico d’arte Francesco Arcangeli pubblica sul numero 59 della rivista Paragone un saggio intitolato Gli ultimi naturalisti. Il linguaggio degli ultimi naturalisti secondo Arcangeli doveva porre al centro la natura come esperienza esistenziale. Egli sottolineò l’esigenza di un linguaggio indiretto, privo di figurazione in cui gli artisti procedevano guidati dalle loro esperienze personali, dai sensi, dalle passioni. Nel suo saggio Ennio Morlotti, Pompilio Mandelli, Mattia Moreni, Vasco Bendini, Sergio Romiti, Bruno Pulga, Sergio Vacchi sono indicati come eredi di una tradizione pittorica padana.
