

Sull’onda realista, che attraversa la pittura italiana nel dopoguerra e che ha radici molto lontane, la novità fu rappresentata da una presa di coscienza emotiva tradotta in scelta stilistica, che ebbe influenti maestri in grado di disegnare paesaggi nuovi, ben lontani dagli echi ottocenteschi. Saverio Barbaro vagabonda nella sua Venezia osservando e ascoltando, giovane ed entusiasta dello spirito di rinnovamento che si stava riversando in laguna.
Da Venezia a Parigi: le prime influenze stilistiche
Le vedute di Torcello, Primavera asolana, Paesaggio di Laguna, sue opere giovanili, sono infatti eleganti richiami a una ricca tradizione figurativa, alimentata dalle opere di Gino Rossi artista i cui lavori aveva avuto modo di ammirare alla Biennale del 1948. Rispetto alla nitidezza grafica del suo riferimento, le pennellate sono però più libere, diluite in un naturale fluire di pennello e di amalgama degli impasti pittorici. Nel modo di fare pittura è ipotizzabile che ci sia stato l’estro ammaliatore di Filippo De Pisis, che nel 1943 si era trasferito a Venezia e aveva avuto modo di farsi notare e discutere per l’eccezionalità del segno e del pensiero che lo animava. Dal 1952 al 1960 con una Borsa di Studio del Governo Francese per le Belle Arti, Barbaro soggiornò a Parigi alternando il lavoro nella capitale francese, con periodi a Venezia, in Svizzera, Germania, Belgio e in Olanda. Pur avendo avuto modo di ammirare gli impressionisti ma anche Soutine, Matisse, Utrillo, Derain, Dufy, le opere che realizza in questo periodo “non riflettono la joie de vivre propria degli impressionisti”1. Accomunato dal suo carattere riservato e schivo, la sua pittura non raffigura gli scorci più pittoreschi ma piuttosto la periferia di Parigi. Dipinge nature morte, vasi di fiori con colori freddi e talvolta d’uno scuro angosciante, che si andranno schiarendo solo nel suo incontro con il Mare del nord, durante il suo viaggio in Bretagna.
L’estetica del primitivo nei ritratti femminili
I suoi primi viaggi in Africa nel 1964 e 1965 segnano un vero spartiacque nella sua produzione. Un mondo sconosciuto, affascinante che cambiò per sempre la sua pittura aprendosi alla totale vivacità dei colori e a paesaggi ricchi di luce. Esotici deserti orientali che portava dentro di sé, diventati sostrato di una memoria collettiva lagunare che trovarono nuovo riverbero nei lunghi soggiorni nella Spagna moresca, in Medio Oriente e nel Nord Africa: Marocco, Algeria e Tunisia, Turchia, Siria, Persia sono tappe di un percorso lungo centinaia di dipinti. Un vero e proprio Mal d’Africa lo trattenne ai colori della sponda sud del Mediterraneo, che lo spinse a soggiornarvi a più riprese dal 1963 al 1994. Qui elaborò un linguaggio pittorico personale ma fortemente calato nei luoghi: essenziale e stranamente sereno, tinte e pennellate sono ben distanti dalla sofferenza delle miserie da cui era circondato. Il paesaggio africano pare più visto e descritto attraverso gli occhi letterari di Agatha Christie. Il mondo africano ritratto da Barbaro è fatto di sabbia, di inquadrature ravvicinate, di case di terra e paglia, mura merlate, porte su muri incendiati dal sole e palme solitarie sopra le cui ampie foglie riposano colombe.
Le tende nel deserto, pronte ad ospitare i beduini e gli stranieri con un the alla menta, sono pianeti in un microcosmo sabbioso a perdita d’occhio. Scriveva Giandomenico Romanelli : L’Africa di Saverio Barbaro “è un universo magico che si svela nei viola, nei blu, nei coni d’ombra e nelle abbaglianti assolte distese su cui si staglia un cammello, palpita una tenda, si apre il sorriso d’un volto.” Barbaro è fedele narratore di scene frontali, che sembrano inquadrate con lo zoom della macchina fotografica. Ne sono dimostrazione i molti ritratti femminili, ritagliati a mezza figura, davanti a un fondale monocromatico dai colori vividi. La luce in queste opere, spesso di grandi dimensioni, ha una dimensione a sé, a servizio della resa di una composizione che trasforma gli spazi in oasi di serenità e di bellezza. Le sue modelle dalla pelle scura e le labbra carnose, sono pura manifestazione di un’estetica del primitivo, in cui le forme anatomiche sono ridotte e sintetizzate all’essenziale. I volti privati così di una definitiva identità espressiva e fisionomica, assurgono ad affascinanti icone di una bellezza arcaica, atemporale. “La sua Africa…” dice Maurizio Pradella, curatore di diverse esposizioni di Saverio Barbaro e suo collezionista “…è un’Africa classica. Una stupenda galleria di opere che svelano un percorso culturale così allusivo per il nostro tempo e il tempo che verrà.”
l mercato d’arte, la Fondazione e i grandi riconoscimenti
Le opere di Saverio Barbaro oggi si possono acquistare da qualche collezionista privato o in alcune gallerie, prevalentemente del nord Italia. Si possono valutare tramite la Fondazione a lui intitolata che si occupa anche di rilasciare l’autentica delle opere. Lo strumento dell’archiviazione ha lo scopo di mettere ordine nel lavoro dell’artista ma anche di catalogare le immagini che siano finalizzate alla ricerca ed allo studio critico del lavoro dell’Artista. La Fondazione Saverio Barbaro con sede a Montorio (Verona) che fu luogo di residenza del maestro, nasce nel 2011 per volontà dello stesso Barbaro e della Signora Turia Battistella sua compagna di vita. Per quanto riguarda l’archivio e la sua possibile fruizione, la Fondazione non ha fornito ancora dettagli e regolamenti a disciplina, presupponendo che vi sia ancora la necessità di lavorare al riordino di una documentazione assai vasta.
Per quanto ancora dimenticato dai più, non si può trascurare il fatto che Saverio Barbaro sia stato insignito di importanti riconoscimenti. Diversi sono stati i premi ottenuti nella sua lunga carriera durata oltre settant’anni. Per citarne alcuni: Premio Gazzettino nel 1951, Premio Presidenza della Biennale di Venezia nel 1956, Premio Fondazione Tursi nel 1958, Premio Rotary Club alla XXIX edizione della Biennale. Inoltre più volte è stato presente alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma e alla Fondazione Bevilacqua La Masa che nel 2024 ha voluto rendergli nuovamente omaggio con la mostra “Cento anni di Saverio Barbaro” a cura di Marco Dolfin, direttore artistico della Fondazione Saverio Barbaro.
Ci auguriamo che ancora molto lavoro di ricerca venga incentivato come omaggio a questo grande Maestro del Novecento Italiano, che nella sua vita ha saputo creare delle esecuzioni magiche in grado di coinvolgere i sentimenti e l’anima dello spettatore ed è stato capace di tradurre sulla tela quello che offre il quotidiano trasformandolo in un racconto lirico.
http://fondazione bevilacqua la masa
- Marco Dolfin, in Cento anni di Saverio Barbaro, catalogo della mostra, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito, 30 novembre 2024-5 gennaio 2025, pag.14. ↩︎
Autori:
Eliana Bevilacqua
Martina Gecchelin
