
Ci sono mostre che si visitano con il catalogo in mano e mostre che si attraversano con il cuore. Recentemente ho avuto l’immensa fortuna di vivere quest’ultima esperienza: ho visitato l’esposizione dedicata a Cesare Mocchiutti (Villanova dello Judrio 1916-Mossa 2006) presso la Fondazione Carigo di Gorizia accompagnata da sua figlia Enrica.
Vedere la mostra attraverso gli occhi di chi lo ha amato è stato un regalo raro: mi ha permesso di capire che ogni quadro di Mocchiutti è, in fondo, un pezzo di casa, un frammento di memoria collettiva che continua a parlarci e lo fa con una forza straordinaria. Ascoltare il racconto del lavoro di un artista attraverso le parole e lo sguardo di chi lo ha vissuto nel quotidiano cambia tutto. Non si vedono solo tele e colori; si vedono i silenzi nello studio, la ricerca della luce giusta e l’amore profondo per una terra, il Friuli, il suo Friuli, che per Mocchiutti non era solo un paesaggio, ma forma dell’anima.
Prima di essere il pittore contemplativo che conosciamo, Cesare Mocchiutti è stato un giovane pilota dell’aviazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Era un soggetto piuttosto vivace, di indole sprezzante, tanto spericolata da avere l’ardire di passare col suo caccia tra le campate sotto al ponte sul fiume Isonzo a Gorizia. Un’azione che svela un carattere non solo coraggioso ma intriso di un desiderio ribelle di sfidare i limiti. È incredibile pensare che quell’energia di fragorosa vertigine si sia poi tradotta nella disciplina della sua pittura, silente di gesti semplici, reiterati e assai più arcaici della forza del progresso con cui aveva volato tra i cieli in difesa del suo popolo.
Se c’è un artista capace di trasformare la realtà “dei semplici” in pura poesia visiva, quello è senza dubbio Cesare Mocchiutti “Mocchiutti ha tradotto con aggiornata sintassi i repertori di un sapere e di un immaginario locali. Parvenza contadine vengono incontro all’osservatore come nel viaggio agli inferi di Orfeo.” Così scriveva Licio Damiani della sua ricerca. Figura centrale del secondo Novecento friulano, Mocchiutti non è stato solo un pittore, ma un interprete profondo di quella “piccola patria” che, attraverso il suo pennello, ha saputo parlare un linguaggio universale.
Nato a Villanova dello Judrio, frazione del comune di San Giovanni al Natisone (Udine), profondamente legato alle sue radici e alla sua infanzia, Mocchiutti ha costruito la sua intera poetica attorno a pochi, ma densissimi temi: i campi, le stagioni, le nature morte, gli animali del cortile e l’essere umano del suo tempo, nel suo rapporto con la fatica e la natura. Si forma da autodidatta, assecondando una mano istintivamente felice per il disegno caricaturale che affina e sviluppa fino a far diventare il segno il centro della sua maestria pittorica. Spesso una linea nera, sottile ma decisa, delimita i confini delle cose, conferendo loro una dignità monumentale anche nelle piccole dimensioni. La sua pittura non è mai stata una semplice decorazione ma ricerca onesta e ossessiva. Guardando una sua tela, sembra quasi di sentire l’odore della terra bagnata o la ruvidità della pietra friulana. Si percepiscono odori e sapori di una quotidianità rurale vista in una dimensione sfocata e nitida quanto lo sono i ricordi. In un clima di grande fermento artistico nel secondo dopoguerra, ha saputo assorbire le lezioni delle avanguardie europee, filtrandole attraverso una sensibilità schiva e rigorosa. Le sue case, i suoi alberi e i suoi oggetti non sono descritti nei dettagli, ma evocati attraverso volumi geometrici puliti. Dominano le terre, gli ocra, i grigi e i bianchi gessosi.
Colori che richiamano la pietra delle colline e il fango delle pianure friulane dopo la pioggia. Mentre molti suoi contemporanei si affannavano nel realismo sociale o nell’astrazione totale, Mocchiutti scelse di muoversi nel mezzo, usando ogni vocabolario pittorico fosse in grado di dare forma alla visione del suo mondo. La sua evoluzione stilistica lo ha portato dalla figurazione “classica” dei primi anni a una sintesi sempre più asciutta e concreta, dove la geometria perde volume e diventa grafismi spesso incisi sul colore umido. L’immagine dei suoi dipinti, hanno evocato in me una figura silenziosa ed introversa, invece Enrica mi racconta che la solitudine era solo il suo ‘abito da lavoro’ ma sapeva diventare un uomo desideroso di contatto. Amava ricevere gli amici come gli artisti Sergio Altieri, Ignazio Doliach, Mario Di Iorio o il regista teatrale Francesco Macedonio in una sorta di circolo ermeneutico con cui discuteva di arte davanti a un caffè o un bicchiere di vino. Enrica ricorda di essere stata presente molte volte a questi incontri. “Alle sue inaugurazioni però non andava mai….” confida Enrica.


Ho chiesto a Enrica se ci fosse un’opera che suo padre non ha mai voluto vendere. Mi indica un dipinto con lo sguardo. “Si certamente…il Bracconiere che ho io a casa.” Un grande quadro in bianco e nero; che poi è lo stesso della copertina del libro edito da Campanotto nel 2004 “Il Bracconiere. Il suo mondo il suo tempo”. Nella figura del bracconiere, Mocchiutti rivedeva il nonno Francesco detto Checo. Rappresenta l’uomo che vive ai margini, colui che deve ingannare la natura per sfamarsi. È l’emblema di un Friuli povero e arcaico, dove la caccia di frodo era una necessità concreta. La tematica del bracconiere viene ripresa più volte, la figura dell’uomo che caccia o che pesca di frodo, sono dipinti con colori terrosi (bruni, grigi, ocra) che lo rendono quasi indistinguibile dall’ambiente circostante. È come se l’uomo fosse fatto della stessa materia della terra di cui incarna il silenzio e l’attesa.
Non si può poi comprendere appieno l’opera di Cesare Mocchiutti, senza immergersi in quel confine simbolico che è il fiume Judrio.
Lo Judrio non è stato solo un paesaggio per lui, ma una radice profonda, un cordone ombelicale mai tagliato che ha nutrito la sua immaginazione per decenni. Per Mocchiutti, lo Judrio rappresentava diverse dimensioni. È il luogo dei primi sguardi sul mondo. Quell’alveo di sassi bianchi, la vegetazione intricata e il fluire costante dell’acqua sono diventati l’alfabeto visivo con cui ha imparato a “leggere” la realtà. Non dimentichiamo che lo Judrio è stato a lungo un confine (tra Italia e Austria prima, tra province poi). Questa natura di “terra di mezzo” si riflette nei suoi personaggi: il bracconiere è, per definizione, un uomo di confine, uno che si muove in zone franche dove le leggi dello Stato cedono il passo a quelle della natura. Mocchiutti non ha mai smesso di ritrarlo. Dalle sponde sassose alle pozze d’acqua stagnante, il fiume è diventato un pretesto per studiare la luce e la materia. Nelle sue opere tarde, il fiume quasi si dissolve in una pittura più astratta, fatta di tocchi di colore che restituiscono l’umidità e il respiro della valle. Questa fedeltà assoluta ai propri luoghi ha reso Mocchiutti un artista “locale” nella scelta dei soggetti, ma assolutamente “universale” nel messaggio. Il suo Judrio diventa lo specchio della condizione umana: uno scorrere faticoso ma inarrestabile, tra la durezza della pietra e la vitalità dell’acqua.
