
Il 22 dicembre 2026 ricorrono i 150 anni dalla nascita di Filippo Tommaso Marinetti fondatore del Futurismo. Quando pensiamo al Futurismo, la mente corre subito ai dipinti dinamici di Balla o alle sculture in movimento di Boccioni. Eppure, una delle sfide più radicali lanciate da Filippo Tommaso Marinetti al “vecchio mondo” non passò per i pennelli, ma per le forchette.
Pensando alla cucina futurista ci è subito venuto in mente un paradosso e un immagine: i futuristi che bandivano la pastasciutta e Alberto Sordi che invece l’ha resa eterna!
C’è una contraddizione tutta italiana che attraversa il Novecento: da una parte l’élite intellettuale che voleva distruggere il passato, dall’altra l’anima popolare che in un piatto di spaghetti trovava la sua massima felicità. Se proviamo a immaginare oggi il divieto futurista di mangiare la pastasciutta, proclamato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1930, la mente vola immediatamente a un’immagine in bianco e nero che è l’esatto opposto di quel proclama: Alberto Sordi nel film Un americano a Roma del 1954.
In quella scena leggendaria, il suo Nando Mericoni prova a darsi arie “moderne” e internazionali tra marmellata, yogurt e mostarda, per poi cedere, con una fame irresistibile, a un mastodontico piatto di maccheroni. Mentre Filippo Tommaso Marinetti e Fillìa nel volume La cucina futurista del 1932 edito dalla Sonzogno dicevano che la pasta era una “vivanda passatista” che rendeva gli italiani pesanti e pigri, Sordi la trasformava nel simbolo definitivo della nostra identità, della nostra gioia di vivere e di quella resistenza gastronomica che nessuna avanguardia è mai riuscita a scalfire.
La Cucina Futurista non fu solo un bizzarro esperimento gastronomico, ma un tentativo di rifondare l’identità italiana partendo dal piatto, eliminando la tradizione a favore della velocità, dell’alluminio e della chimica e di molti “esperimenti” non sempre gradevoli al gusto.
Il 28 dicembre 1930, sulla Gazzetta del Popolo di Torino, Marinetti pubblicò il Manifesto della Cucina Futurista. Il punto più controverso? L’abolizione della pastasciutta. Secondo i futuristi. “La pastasciutta è un’assurda religione gastronomica italiana. Essa è un legame pesante che incatena i cittadini di questo popolo ai suoi lenti telai.”(Marinetti)
Per un’Italia che doveva correre verso il futuro, servivano cibi leggeri, nutrienti e, soprattutto, capaci di stimolare l’immaginazione.
L’obiettivo era trasformare il pasto in un’esperienza multisensoriale. Ecco le regole d’oro che governavano le cene futuriste: abolizione delle posate; il tatto doveva partecipare al piacere del cibo. Durante il pasto, venivano spruzzate essenze e diffusi suoni per esaltare i sapori. Largo all’uso di pillole, concentrati vitaminici e ozonizzatori per purificare l’aria del ristorante. Il cibo doveva essere architettura, spesso con nomi evocativi come l’Aerovivanda.


Nonostante l’apertura della Santopalato a Torino (il primo ristorante futurista), la riforma alimentare di Marinetti non riuscì mai a scalzare il ragù dalle tavole degli italiani. Tuttavia Le creazioni dei futuristi sembrano oggi precursori della cucina molecolare o del design contemporaneo.
La cucina futurista ha anticipato concetti modernissimi come il Food Design. L’idea che il cibo debba avere una forma artistica. La Multisensorialità, l’uso di suoni e odori per influenzare il gusto (tecnica usata oggi nei ristoranti stellati). L’integrazione della scienza, l’uso di additivi e consistenze inaspettate.
In definitiva, i futuristi fallirono nel vietare gli spaghetti, ma riuscirono in qualcosa di più grande: ci insegnarono che mangiare non è solo sostentamento per il corpo, ma un atto di creatività che coinvolge anche la vista e l’olfatto. Per il Futurismo, il cibo deve sfidare tutti i sensi. Non basta che sia buono, deve stupire, deve profumare di futuro, deve avere una consistenza che sorprende e una presentazione visiva che rapisce. È un gioco di stimoli dove il sapore è solo l’inizio di un viaggio che coinvolge vista, olfatto e udito.
È affascinante vedere come quella che nel 1930 sembrava una stravaganza avanguardista sia diventata, decenni dopo, la base tecnologica di quella che oggi è la cucina contemporanea in particolar modo la cucina molecolare.
Marinetti e i suoi colleghi cercavano di “liberare” il gusto dalla forma classica. La cucina molecolare fa esattamente lo stesso. L’idea di fondo è la stessa: stupire il cervello separando l’aspettativa visiva dalla realtà gustativa.
Il grande lascito dei futuristi è l’idea che il limite è solo mentale. Quando Marinetti proponeva il Carneplastico, non stava solo creando una polpetta; stava dicendo allo chef di smettere di essere un esecutore di ricette e di diventare un architetto del gusto.
Il Carneplastico era composto da un grande cilindro di carne di vitello ripieno di verdure varie, il tutto coronato da miele e salsiccia. Potrebbe benissimo essere una pietanza che oggi mangiamo nei ristoranti stellati!
Saresti curioso di provare una cena dove ogni piatto è servito in questo modo “futurista”, oppure preferisci la rassicurante tradizione del “piatto unico” di Sordi?

