Se qualcuno nutriva ancora dubbi sulla tenuta del mercato dell’arte di altissimo livello, la sera del 18 maggio 2026 ha spazzato via ogni incertezza. A New York, nella sede di Rockefeller Center, Christie’s ha dato il via alla sua Spring Marquee Week con una doppietta d’aste consecutiva di opere d’arte tra le più costose;l’attesissima collezione privata di S.I. Newhouse e la 20th Century Evening Sale  capaci di fatturare la cifra monstre di 1,12 miliardi di dollari in una sola serata.

A guidare questa straordinaria parata di capolavori, che ha registrato ben il 97% di lotti venduti, sono stati due titani del Novecento: Jackson Pollock e Constantin Brancusi. Le loro opere non si sono limitate a guidare l’asta, ma hanno letteralmente riscritto la storia del mercato, frantumando i precedenti record personali dei due artisti.

Il “Big Bang” di Jackson Pollock: 181,2 milioni di dollari per numero 7A

Il vero terremoto della serata è stato provocato da Number 7A, 1948, un monumentale capolavoro di Jackson Pollock largo oltre 3 metri (334 cm). Si tratta del più grande drip painting dell’artista rimasto fino ad oggi in mani private.

L’opera rappresenta il momento d’oro dell’Espressionismo Astratto, quando Pollock decise di staccare la tela dal cavalletto per adagiarla sul pavimento, inventando una nuova e rivoluzionaria lingua visiva. Con una provenienza impeccabile  fu regalata da Pollock al fotografo Herbert Matter e poi acquistata dal magnate dell’editoria Si Newhouse nel 2000 la tela mancava dagli occhi del pubblico dal lontano 1977.

Dopo sette minuti di autentica battaglia a colpi di rilanci da un milione di dollari tra i telefoni e la sala, il martelletto del banditore Adrien Meyer è calato alla cifra strabiliante di 181,2 milioni di dollari (tasse incluse).

Il dato è impressionante se si pensa che triplica il precedente record in asta dell’artista (fermo a 58,4 milioni dal 2013). Il numero 7A entra così di diritto nell’Olimpo delle opere d’arte più costose mai vendute all’asta.

Se Pollock ha infiammato la sala con la sua energia, Constantin Brancusi ha incantato i presenti con la sublime sintesi delle sue forme. La sua Danaïde (1913), una raffinatissima testa in bronzo con patina scura e foglia d’oro alta appena 25 centimetri, ha conquistato collezionisti da tutto il mondo.

Ispirata alla studentessa d’arte ungherese Margit Pogany, la scultura incarna perfettamente il celebre aforisma di Brancusi: “La semplicità è una complessità risolta”.

L’opera era stata acquistata da Newhouse nel 2002 per l’allora cifra record di 18,1 milioni di dollari. A distanza di ventiquattro anni, la stessa scultura è stata battuta per 107,6 milioni di dollari, stabilendo il nuovo record mondiale per l’artista e diventando la seconda scultura più cara mai passata in un’asta pubblica.

Parliamo di collezionismo ai massimi livelli.

Il successo di questa serata accende ancora una volta i riflettori sulla figura di S.I. Newhouse, lo storico proprietario dell’impero editoriale Condé Nast (Vogue, Vanity Fair, The New Yorker) scomparso nel 2017. Newhouse non comprava opere per status, ma per una viscerale ricerca della massima qualità storica e museale.

Grazie ai 631 milioni incassati in questa singola tornata, la collezione Newhouse (sommando i lotti venduti tra il 2018 e oggi) ha raggiunto la cifra cumulativa di 1,05 miliardi di dollari. È la seconda volta nella storia che la collezione di un singolo individuo supera la barriera del miliardo di dollari, un primato finora detenuto in solitaria dalla collezione di Paul Allen nel 2022.

Questa sessione da Christie’s lancia un segnale chiarissimo a tutti i collezionisti di CollezionArti: i capolavori assoluti non conoscono crisi. Nonostante le incertezze economiche globali, quando sul mercato appaiono opere di qualità museale e dotate di una provenienza impeccabile i collezionisti se le contendono a suon di milioni di dollari.

La New York Art Week è appena iniziata, ma ha già lasciato un segno indelebile negli annali della storia dell’arte.

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