
Polverosi e caotici o lindi e ordinati, gli atelier d’artista hanno un’aura magica perché raccontano un vissuto. Sono dei veri e propri laboratori di arti applicate: sono testimonianza di una ricerca artistica e offrono al visitatore uno spaccato del modo di vivere del suo proprietario e delle usanze tipiche del tempo a cui appartengono. Sono luoghi quasi sacri perché conservano oggetti che raccontano storie e aneddoti, come fossero una sorta di cartina tornasole della ricerca artistica contemporanea. Proviamo a pensare alla casa -studio di Giorgio Morandi a Bologna in via Fondazza. Chi non è rimasto affascinato dalla sua quotidianità? Dalla sua scrivania, i suoi occhiali da vista, il suo cavalletto, le sue matite, le sue bottiglie “austere e melanconiche, cercate con cura al mercato dei robivecchi” come definisce Renzo Renzi le grandi protagoniste delle sue opere. Chi esce ne resta così affascinato che vorrebbe poter acquistare uno di quei quadri. Sì proprio quelli! Quelli realizzati in quella stanza, con quelle bottiglie, quella polvere, quei colori.
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un fenomeno curioso: sempre più artisti aprono gli spazi deputati alla raccolta dei loro lavori a eventi di varia natura che poco o niente hanno a che fare con l’arte. Ci chiediamo, perché? Anzi, artisti perché lo fate? Per visibilità? Per ansia di una realizzazione economica? Puntare alla massa non sempre offre garanzia di successo o di aumento del coefficiente di vendita delle vostre opere. Anzi a volte si rischia di perdere i risultati ottenuti e consolidati negli anni precedenti, oltre a fare incavolare chi ha speso dei soldi investendo su di voi.
Diciamo che una gestione poco oculata e tutta rivolta al presente rischia di innescare una spirale discendente da cui è difficile redimersi. Siate lungimiranti, scegliete sempre accuratamente dove, come esporre e con chi, valutate i pro e i contro con un occhio a riguardo per chi vi segue e vi premia acquistando i vostri lavori. La qualità delle opere e il vostro curriculum non vi salveranno se vi mettete a giocare a ribasso nella vendita diretta o, peggio, offrendo prezzi competitivi rispetto alle gallerie e alle case d’asta che vi rappresentano. E non stiamo parlando solo di prezzi, ma anche di onestà intellettuale. Una vendita di opere d’arte che diventa una svendita crea sempre un vuoto, rompe la concatenazione di quel delicato sistema costituito da una sinergia di protagonisti e vicende uniche per ognuno di voi; mina la fiducia dei collezionisti che irrimediabilmente tenderanno a disfarsi delle vostre opere e a non consigliarne l’acquisto ad altri. In altre parole, uscirete dalle grazie dei professionisti dell’arte e dai loro business per piombare nel giro dei mercatini domenicali, che sono di tutto rispetto, ma nell’immaginario comune lì l’arte viene considerata come un hobby non come un lavoro.
Quindi artisti state bene attenti a chi aprite le porte del vostro Atelier perché, se le fate girare a ventola, questo diventa un Saloon.
Eliana Bevilacqua