L’arte entra in casa. Intervista a Marco Vinetti, Vimarte.

Inauguriamo con orgoglio il nuovo capitolo di Collezionarti, la rubrica dedicata a chi l’arte la vive e la trasforma in professione, con uno speciale di assoluto rilievo dedicato a Marco Vinetti Vimarte, punto di riferimento della divulgazione televisiva applicata al mercato delle opere d’arte. Per questa importante apertura abbiamo incontrato il noto gallerista e presentatore per un’intervista esclusiva che ci porta dritti nel cuore pulsante del collezionismo moderno.
Marco Vinetti vanta una solida formazione all’Accademia di Belle Arti di Brera e una profonda esperienza nel settore delle aste e del mercato dell’arte moderna e contemporanea. Storico volto della televisione, mette oggi la sua straordinaria sensibilità ed esperienza al servizio del pubblico e dei clienti di Vimarte, confermandosi un pilastro insostituibile per chi desidera investire nel patrimonio artistico ed entrare in contatto con il vero collezionismo d’arte.
Marco Vinetti Vimarte: la divulgazione televisiva tra collezionismo e arte contemporanea
Marco, ci spiega come funziona la realtà di Vimarte?
Vimarte nasce nel 2017 con una missione precisa: democratizzare l’accesso all’arte di qualità, abbattendo le barriere d’ingresso dei canali tradizionali. Funzioniamo come una galleria d’arte dinamica e virtualmente itinerante che entra direttamente nelle case delle persone attraverso il medium televisivo.
La nostra struttura si basa su cinque pilastri (come il numero di Soci che la compongono): un’attenta attività di ricerca e archiviazione (fondamentale per garantire l’autenticità e la provenienza delle opere), una struttura logistica e di vendita diretta, una consulenza personalizzata che accompagna il cliente dal momento della visione sullo schermo fino alla consegna a casa, lo storytelling modellato sulle fondamenta della Storia dell’Arte e, non ultimo la passione che contraddistingue ogni nostra selezione e scelta. Da sempre siamo convinti che il mezzo della televisione non sia un semplice canale di vendita, ma un palcoscenico di approfondimento culturale accessibile a tutti.
Secondo voi, in che modo le piattaforme online e i social media hanno influenzato la compravendita d’arte e il profilo medio del collezionista?
Il digitale, a differenza di quello che possa credere, ha rimpicciolito il mondo. Se la televisione ha storicamente portato l’arte nei salotti dalla metà degli anni ’80 dello scorso millennio, i media, il web e i social (Instagram in primis) l’hanno resa “tascabile” e fruibile ovunque 24 ore su 24. Questo ecosistema ha disintermediato il settore: oggi un collezionista può scoprire un artista coreano o un’opera d’avanguardia sudafricana con un semplice swipe.
L’impatto sul profilo del collezionista è evidente: è diventato in pochi anni molto più autonomo, informato ma ancora oggi troppo superficialmente “visivo”. Cerca la gratificazione immediata dell’immagine, ma al tempo stesso esige trasparenza sui prezzi e sui dati di mercato, che online sono ormai immediatamente fruibili e tracciabili, ma non così facilmente traducibili.
Com’è cambiato il profilo del collezionista medio negli ultimi 30 anni? Vediamo ancora il “collezionista appassionato” o prevale l’investitore?
Trent’anni fa cominciava il lento ma inesorabile morphing; il collezionismo era un rito d’élite, spesso legato a uno status symbol o a una pura passione al limite del romantico, dove il collezionista stringeva un legame quasi viscerale con il proprio fidato gallerista. Oggi assistiamo ad una inversione che genera una polarizzazione. Da un lato c’è una forte componente di “art investor”, guidata da mere logiche di diversificazione finanziaria, che vede spesso l’opera come un asset rifugio (specie in tempi come quelli che stiamo vivendo di incertezza economica). Dall’altro, però, la passione non è morta, anzi: si è evoluta.
Il collezionista televisivo, ad esempio, è spesso un “appassionato autonomo ma guidato”: ha bisogno dell’emozione del racconto, del riconoscimento empatico nell’opera e di chi la legge accanto a lui, ma desidera anche parimenti la sicurezza che il suo acquisto mantenga un valore nel tempo. Non direi che l’investitore ha cancellato l’appassionato (questo credo e spero che non accada mai), ma che oggi l’appassionato moderno sia molto più attento all’aspetto economico rispetto al passato, e questa è una certezza condivisa.
Vedete nel vostro lavoro anche la responsabilità dell’inevitabile ruolo divulgativo che il medium televisivo vi può consentire?
Assolutamente sì, ed è la parte più nobile e stimolante del nostro lavoro. La televisione ha una potenza di fuoco divulgativa che nessuna galleria d’arte fisica, per quanto prestigiosa, potrà mai avere. Quando accendiamo le telecamere, sappiamo che dall’altro lato dello schermo non ci sono solo potenziali acquirenti, ma studenti, curiosi, persone che magari non sono mai entrate in un Museo o in una Galleria. Sentiamo la responsabilità etica di fare Storia dell’Arte in prima serata nelle nostre rubriche in diretta.
Sette giorni su sette, trecentosessantacinque giorni l’anno. Questo significa rifiutare la televendita urlata e di stampo dichiaratamente commerciale e preferire il racconto: contestualizzare l’opera, spiegare il gesto dell’artista, l’importanza di un movimento. Vendere un’opera è la conseguenza naturale di averne prima fatto comprendere la bellezza e il valore culturale. Siamo forse l’unica realtà che è riuscita ad approfondire una singola opera di un gigante della cultura contemporanea del XX secolo come Alberto Burri (si trattava di una muffa dei primi anni ’50) occupando la lettura della stessa per un’intera trasmissione della durata di quasi quattro ore.
Il lavoro di una Galleria d’Arte si compone anche di organizzazioni di mostre, partecipazioni alle fiere e di prefigurare talvolta quelle che saranno le tendenze future, attraverso iniziative di concerto coi giovani artisti. Questo mette la Galleria al centro di un processo culturale oltre che commerciale. Come vedete il futuro del sistema di arte, commercio e cultura?
Il futuro del sistema risiede nella capacità di non considerare più la cultura e il commercio come due mondi in antitesi, ma come due vasi comunicanti. Una realtà come Vimarte non può limitarsi a fare da passamano commerciale: deve e vuole farsi promotrice culturale. Vedo un futuro in cui i confini tra galleria fisica, fiera, televisione e spazio virtuale saranno completamente fluidi ed iperconnessi. La sfida per noi è applicare la nostra forza divulgativa prima ed economica poi per sostenere le nuove generazioni di artisti, portando i loro linguaggi (spesso complessi) al grande pubblico televisivo e nelle multicanalità che la società tecnocratica ci offre come strumenti.
Il mercato privato della cultura diventa speculazione sterile; la cultura senza il commercio resterebbe un esercizio per pochi intimi. Il nostro obiettivo è continuare a essere l’anello di congiunzione, creando valore economico attraverso la cultura.


