Se vi è mai capitato di guidare tra le colline di Volterra e trovarvi di fronte ad un enorme anello rosso che incornicia il paesaggio, vi siete imbattuti nel genio di Mauro Staccioli (Volterra 1937-Milano 2018). Staccioli non era solo uno scultore: era un “inventore di luoghi”.

Vi è una relazione incredibilmente dilatata nella sua arte tra contenitore e contenuto. Le opere non chiedono permesso: si stagliano, emergono, dialogano con l’artificio e il paesaggio, ma soprattutto cambiano per sempre il modo in cui guardare lo spazio che ci circonda. “Non voglio costruire un monumento, voglio lasciare un segno che aiuti a capire lo spazio.” Così affermava Mauro Staccioli, quando gli veniva chiesto il senso del suo lavoro.

Staccioli ha iniziato la sua carriera in un clima di forte impegno politico e sociale. Per lui, l’arte non doveva restare chiusa nei musei, ma doveva scendere in strada a diretto contatto con la gente. Le sue prime sculture, fatte di cemento e punte di ferro, da lui definite “sculture-intervento”, richiamavano il contesto urbano e produttivo. Con il tempo, il suo linguaggio si è evoluto verso forme geometriche pure: cerchi, triangoli e forme arcuate, installate in una precaria percezione dell’equilibrio o in allusione per mole e texture ad un peso inamovibile.

Reputava le forme semplici un formidabile contrasto, in grado di creare un dialogo con la natura e l’urbanistica dentro cui si andava misurando. Cemento, ferro e l’iconico acciaio cor-ten, sono stati i suoi strumenti per unire l’essere umano (nella sua dimensione sociale, economica e politica) alla terra. L’opera di Staccioli insegna la riflessione, reinventando un orizzonte se osservato attraverso un cerchio colossale. È un’arte che non decora, ma interroga. Staccioli lavora per sottrazione all’estetica del silenzio, riscoprendo la bellezza dell’interazione con l’altrove. In un’epoca di sovraccarico visivo, la semplicità è un atto rivoluzionario anche e soprattutto ora. Staccioli non scolpisce figure, ma segni in grado di rendere il contesto protagonista al pari di chi lo osserva.

Difficilmente nella storia dell’arte si è potuto assistere ad una simile concatenazione di dipendenze tra osservatore e oggetto dell’osservazione. Così Staccioli, attraverso la sua opera diviene inconsapevolmente demiurgo rendendo demiurgo a sua volta chi osserva il mondo attraverso la sua arte. Cerchi, triangoli, ellissi e piramidi diventano un alfabeto essenziale che si staglia contro il cielo. La bellezza qui risiede nella precisione: una curva perfetta non ha bisogno di ornamenti perché possiede già una propria armonia intrinseca. Le sculture di Staccioli sono una matita che disegna nel vuoto. Di fronte a un suo anello di cemento, la complessità del panorama si placa, e restiamo noi, la forma e l’orizzonte: la trinità della semplicità. Guardando all’universalità del messaggio, non stupisce che il lavoro di Staccioli sia stato voluto in tutto il mondo.

Da Milano a Seul, le sue sculture hanno ridefinito i rapporti con gli spazi con cui si sono misurate: sia all’interno del contesto urbano (Bruxelles, Monaco, San Diego, Portorico, Seoul), che nel silenzio della natura (Andorra, Taiwan, la campagna Toscana).  L’eredità di Staccioli sta nella sua capacità di ripulire lo sguardo in un mondo saturo di sovrastrutture. Le sue geometrie primarie non sono solo sculture ma poesie nel vento che con la loro semplicità ci riportano all’essenziale.

Dal 2012 Staccioli si era già interrogato sul futuro della sua ricerca, realizzando l’archivio che porta il suo nome. Dalla morte dell’artista, l’associazione si è mossa con numerose iniziative volte a riordinare la vasta documentazione e promuoverne il lavoro, collaborando con istituzioni, musei e anche gallerie d’arte private (da notare l’approfondito lavoro che la galleria il Ponte di Firenze sta portando avanti già da diverso tempo), al fine di consolidare anche la fiducia dei collezionisti. Un artista su cui è ancora necessario lavorare molto approfondendo la ricerca e gli ambiti di indagine che abbraccino tutti i periodi della vita intellettuale e lavorativa che vanno egualmente affrontati e approfonditi. Ci congediamo con lo sguardo rivolto a quel mondo che Staccioli ci ha regalato attraverso le sue opere, dove il ferro e il cemento diventano lenti per leggere l’infinito.

http://www.maurostaccioli.org

http://www.galleriailponte.com