Rodolfo Aricò (Milano 1930-Milano 2002) è stato un protagonista silenzioso, eppure tra i più profondi e meditativi dell’arte italiana del secondo Novecento. La sua ricerca ha scavato nel rapporto tra forma, spazio e colore, portando la pittura oltre i confini della tela tradizionale.

Aricò si forma in un ambiente intriso di razionalismo. La sua vicinanza a maestri come Carlo Carrà e lo studio dell’architettura presso il Politecnico di Milano, segnano profondamente la sua creatività. A differenza di molti suoi contemporanei che vedevano ancora la pittura come un gesto istintivo, Aricò la intendeva come una costruzione mentale. Per lui, il quadro non era una finestra sul mondo, ma un oggetto spaziale. L’opera di Rodolfo Aricò è spesso descritta come un ponte tra il Minimalismo americano e la grande tradizione pittorica europea ed italiana in particolare, guardando a Paolo Uccello e alle ricerche in ambito pittorico dell’umanesimo toscano.  Se gli americani legittimavano in modo rigido l’autoreferenzialità della “cosa in sé”, Aricò ne cercava la memoria.

Per lui la pittura era un processo spirituale e intellettuale. Il suo pensiero emerge dai suoi appunti e dalle interviste rilasciate dove descriveva così il suo lavoro: “La pittura per me è un modo di abitare il mondo, di dargli una struttura che sia al contempo logica ed emozionale.” Negli anni Sessanta, Aricò compie il passo decisivo che lo consacra sulla scena internazionale (memorabili le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia nel 1964 e 1968 dove ha una sala personale). Inizia a lavorare sulle tele sagomate. In queste la tela smette di essere solo un rigido rettangolo. Diventa invece una struttura modulare che interagisce con la parete, portando la geometria del disegno a divenire forma stessa del telaio e della tela.

Il colore non descrive solo le figure, ma definisce volumi e profondità, sperimentazioni che andranno caratterizzando il periodo degli anni Settanta. In questa decade si possono individuare i grandi lavori realizzati con le tele a disegno di figure spezzate secondo una sagoma di ingombro rettangolare, risolta per piani cromatici sovrapposti, che trovano ampia documentazione di studio nelle opere su carta denominate “PROGETTI”, in cui lo studio sulla dimensione della pittura, dei piani pittorici e della prospettiva, appare forse più incisivo e determinante rispetto alle tele.

L’uso di grossi cartoni, consente ad Aricò di lavorare direttamente sulla materia, incidendone la superficie studiando la composizione nelle giunzioni delle tele. Diceva “ogni opera è parte della precedente e di quella successiva…” a ribadire che il lavoro dell’artista è un unicum che si apre e chiude nell’intera opera di un autore. Il lavoro sulla forma ed il colore continuano per tutti gli anni Ottanta ma la decade successiva introduce nuove implicazioni.

Nelle opere degli anni Novanta la riflessione vira verso l’emozione. Iniziò a vedere la superficie del quadro come un luogo dove va sedimentando il significato profondo della vita, un testamento carico di memoria trasformando il rigore geometrico in una pittura inquieta.  Nelle sue ultime fasi, il rigore geometrico ha lasciato spazio a una stesura più libera dalle tinte soffuse, dove il colore sembra quasi dissolversi nella luce, dimostrando che la geometria non è una prigione, ma un linguaggio per esprimere l’infinito. Rodolfo Aricò resta oggi un punto di confine per chiunque voglia capire come la pittura possa essere, allo stesso tempo, oggetto fisico e pensiero puro.

Acquistare un’opera di Aricò avvicina il collezionista in quel ramo della storia dell’arte dove la pittura incontra il pensiero che sta dietro alla teoria dell’architettura nei propri risvolti storici e filosofici. Le sue opere hanno sfidato la bidimensionalità del foglio e della tela attraverso geometrie rigorose e telai sagomati le sue opere sono diventate tridimensionali interagendo con lo spazio in cui sono collocate.

Come la critica (da ricordare la grande mostra che la fondazione Peggy Guggenheim di Venezia gli dedica nel 2013), anche il mercato sta lentamente riscoprendo il lavoro di Aricò. Si nota tenuta nel prezzo nelle aste di Sotheby’s e Christie’s a Londra e Dorotheum a Vienna (dove sono stati stabiliti i record d’asta nel 2016 con un’opera monumentale del 1971), segno che non c’è più solo un mercato italiano. L’interesse attuale è principalmente rivolto alle opere realizzate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. Un buon avvio per un collezionista che vuole acquistare un’opera di Aricò con un budget contenuto, sono le opere su carta genericamente di buona qualità pittorica e le tecniche miste che hanno prezzi medi che variano indicativamente dai 3.000 ai 10.000 euro.

http://www.archiviorodolfoaricò.it