La Scuola di Gorizia affonda le sue radici in una linea invisibile ma profondamente viva in cui la terra smette di essere semplice geografia e si fa paesaggio dell’anima. È quella fascia di territorio di transizione e di cerniera che abbraccia il fiume Judrio, si distende nei campi della pianura friulana e sale dolcemente verso i boschi e le colline di Cormons, spingendosi fino a Gorizia e Mossa. Spesso siamo portati a pensare ai confini come a barriere invalicabili, a linee che separano bruscamente comunità e geografie. In questa specifica lingua di terra, tuttavia, lo Judrio e le colline circostanti hanno agito storicamente come uno spartiacque culturale fluido: un punto d’incontro d’eccezione tra l’anima schiettamente friulana, contadina, profondamente legata alla terra e ai ritmi dei campi dell’udinese, e quell’atmosfera elegante, aristocratica e mitteleuropea che permea il goriziano e cormonese. È proprio all’interno di questa ricca pluralità di identità che affonda le sue radici la ricerca pittorica di due maestri straordinari: Cesare Mocchiutti e Luciano de Gironcoli.
Cesare Mocchiutti: la luce dello Judrio e il respiro viscerale della terra

Per chi nasce sulle sponde dello Judrio, come Cesare Mocchiutti a Villanova, il fiume non rappresenta soltanto un corso d’acqua o una demarcazione geografica del passato; esso costituisce un vero e proprio paesaggio interiore fatto di pietraie, vegetazione spondaica, pioppi secolari e sterminate distese di campi coltivati. Mocchiutti cresce in un ambiente rurale, i cui ritmi e valori sono intimamente friulani, ma collocato fin dall’origine proprio sulla soglia. Quando in un secondo momento si trasferisce a Gorizia e successivamente a Mossa, questo passaggio non assume mai i tratti dello strappo o del trauma culturale. Per lui, respirare l’aria dello Judrio significava già essere naturalmente protesi verso quell’orizzonte mitteleuropeo che Gorizia e Cormons incarnavano. Quel confine acquatico era, di fatto, una porta spalancata verso la cultura e la sensibilità dell’Europa Centrale.
La ricerca artistica di Mocchiutti si configura come una continua, profonda meditazione sulla materia e sulla natura. Sulle sue tele, la natura non si riduce mai a una mera riproduzione da cartolina, ma si fa materia viva e palpitante. Troviamo il colore viscerale della terra, i toni soffusi e avvolgenti dei boschi, le luci umide, cangianti e mutevoli del fiume, e le ombre profonde dei campi al tramonto. La sua pittura è densa, intensamente poetica e fortemente tonale, caratterizzata da una compenetrazione tale per cui la figura umana e il paesaggio finiscono per fondersi in un unico abbraccio espressivo. Dipingere la terra dello Judrio significava per Mocchiutti raccontare la fragilità ma al tempo stesso l’indomita forza dell’uomo indissolubilmente legato al proprio ambiente originario.
Luciano de Gironcoli: l’astrazione, la Scuola di Gorizia e il fascino mitteleuropeo

Se l’opera di Mocchiutti ci conduce lungo le sponde fluviali e dentro il grembo fertile della pianura, Luciano de Gironcoli ci guida verso un’atmosfera differente, pur muovendosi all’interno del medesimo ecosistema territoriale. Non va dimenticato, del resto, che lo stesso de Gironcoli è stato allievo di Cesare Mocchiutti all’Istituto Statale d’Arte di Gorizia, in un fecondo passaggio di testimone generazionale e culturale che ha cementato la loro visione artistica. Entrambi appartengono a pieno titolo alla storica e irripetibile Scuola di Gorizia, un’anomala e straordinaria esperienza creativa di gruppo capace di coagulare le energie intellettuali del territorio.
Luciano de Gironcoli è originario di Cormons, una cittadina che custodisce nel proprio DNA urbanistico, architettonico e sociale un’impronta del tutto inconfondibile: quella dell’Impero Austro-Ungarico. Si tratta di un centro che ha saputo conservare nei secoli una sua intrinseca signorilità, un’eleganza sobria e un’aristocrazia discreta che si riflettono non soltanto nel centro storico e nei palazzi signorili, ma nello stesso modo in cui l’uomo ha saputo modellare nei secoli il paesaggio collinare circostante.
Luciano de Gironcoli non sceglie di dipingere lo Judrio in senso figurativo o descrittivo; il suo sguardo d’artista si posa sulle colline cormonesi e sui pendii del Collio filtrato attraverso una lente radicalmente diversa: quella dell’astrazione. La sua ricerca si traduce in un rigoroso lavoro di sintesi geometrica, cromatica e concettuale. Nelle sue tele non si rintraccia la vigna dipinta foglia per foglia o il profilo descrittivo e verista del colle; vi si scopre invece la struttura portante di quel paesaggio, tradotta nei ritmi verticali e orizzontali dei filari, nella scomposizione geometrica delle luci sulle pendenze, e nell’orchestrazione armonica di verdi, gialli e terre di Siena sovrapposti in campiture calibrate.
Questa astrazione non assume mai caratteri freddi o puramente accademici; al contrario, è pervasa da quella stessa signorilità cormonese che permea il contesto urbano. Nelle sue composizioni convivono una compostezza formale rigorosa e una straordinaria poesia visiva. Per de Gironcoli, astrarre le colline significava estrarre l’essenza spirituale ed estetica di un territorio raffinato ed elevarlo a un linguaggio pittorico universale, pienamente europeo.
Due sguardi complementari per un’unica terra di confine
Ponendo a confronto le poetiche di Mocchiutti e di de Gironcoli, legati da un formidabile vincolo di maestro e allievo e accomunati dall’appartenenza alla Scuola di Gorizia, emerge con limpidezza un dialogo affascinante tra due modi complementari di vivere, percepire e interpretare lo stesso territorio d’elezione.
Da un lato Cesare Mocchiutti sceglie di partire dalla terra, dalla materia grezza, dal fiume e dalla memoria viva della civiltà contadina friulana, trasfigurandoli attraverso una sensibilità cromatica intima, tellurica e profonda. Dall’altro Luciano de Gironcoli prende le mosse dall’architettura naturale e antropizzata delle colline cormonesi, traducendola in una forma astratta, elegante e misurata, che funge da specchio fedele di quell’aristocrazia e signorilità mitteleuropea che fa da sfondo alla sua esperienza esistenziale e creativa.
In entrambi gli autori, tuttavia, si avverte con forza l’appartenenza viscerale a una zona di confine: da ogni pennellata e da ogni scelta compositiva traspare chiaramente, quasi come un’impronta sotterranea, la vigorosa carica segnica e la densità espressiva ereditate dalla grande tradizione dei grafici sloveni, parte integrante di questo crocevia di culture. Nelle loro opere si manifesta chiaramente che questa terra non costituisce affatto una periferia isolata o marginale, bensì un vibrante punto d’incrocio tra mondi, lingue e sensibilità differenti. Il fiume Judrio, che per secoli ha tracciato una linea di divisione politica e militare, si trasforma così, nell’immaginario pittorico di Mocchiutti e de Gironcoli, in un elemento di profonda unione: un ponte ideale capace di connettere indissolubilmente l’anima profonda dell’udinese con quella del goriziano, restituendo alla pittura il potere di superare ogni barriera.
