
Basta sfogliare un quotidiano o scorrere i social in questi giorni per rendersi conto che la Biennale di Venezia è tornata a prendersi la scena. Tra annunci di padiglioni nazionali, critiche d’arte taglienti e l’attesa per i grandi nomi del panorama contemporaneo, il tam-tam mediatico è incessante. Mentre oggi però discutiamo di installazioni multimediali e performance d’avanguardia, c’è un filo invisibile che ci riporta indietro di oltre un secolo, a un’epoca di carrozze e di pizzi dove l’odore pungente della trementina e del colore ad olio fresco trasudavano dalle tele nelle sale espositive appena allestite.
Tutto il rumore di oggi ha una nascita precisa: il 30 aprile 1895.
Immaginate una Venezia molto diversa, eppure identica nel suo spirito vibrante. Quella mattina, i riflettori non erano puntati su schermi LED, tubi innocenti e un gran frastuono di persone vestite in modo sobrio e bizzarro, ma sull’arrivo scenografico del Re Umberto I e della Regina Margherita, che in gondola reale solcava il Canal Grande scortata da un corteo d’onore per dare il via a quella che allora si chiamava la I Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. I giornalisti ebbero un gran da fare nel descrivere minuziosamente come fosse vestita la Regina, rendendola immediatamente icona di stile da imitare, tra chi se lo poteva permettere ovviamente.
Per l’inaugurazione la Regina Margherita scelse un abbigliamento che doveva comunicare due messaggi precisi: la maestà della corona e il sostegno all’arte e all’artigianato italiano. Un abito in seta o raso di colore chiaro molto tenue, con una linea “a clessidra” tipica della Belle Époque, con maniche a sbuffo e una gonna ampia. L’elemento centrale era il merletto di Burano. Margherita era la patrona della Scuola del Merletto di Burano e quel giorno ne indossava esemplari finissimi sul corpetto, sui polsini sul décolleté e sulla mantellina. Era il suo modo di omaggiare Venezia e le sue merlettaie. Portava al collo i celebri fili di perle a scalare che le coprivano interamente il petto (spesso arrivava a portarne fino a 15-20 fili contemporaneamente). Un cappellino di seta, decorato con fiori e fiocchi. Guanti bianchi e l’immancabile ombrellino per ripararsi dal sole durante il tragitto in gondola o sulla carrozza nei Giardini.
Il Corriere la descrisse come una figura che sprigionava “un’eleganza che sa di antico e di modernissimo” e insisteva sul suo sorriso. Nelle cronache della Biennale, il suo sorriso veniva descritto come il “raggio che illumina le sale”, un modo poetico per dire che la sua approvazione dava valore ufficiale alle opere esposte, anche a quelle più audaci. Il termine ricorrente: Regina dei pizzi o “protettrice delle belle arti”, come venne descritta colei che con la sua sola presenza trasformava un’esposizione di quadri in un evento di importanza nazionale ed europea e non solo; trasformava la città lagunare in capitale mondiale della cultura.



Nel 1895 non esistevano i padiglioni nazionali che vediamo oggi, ma un unico edificio, il Palazzo dell’Esposizione (l’attuale Padiglione Centrale), dove le opere erano divise per nazionalità ma all’interno delle stesse sale.
Se la Regina visitava una sala e si soffermava davanti a un quadro, quell’artista era “consacrato”. Margherita non era solo una spettatrice passiva; era una colta appassionata d’arte che sapeva usare la propria immagine per dare legittimità a un’iniziativa che molti, all’inizio, guardarono con scetticismo. Mentre i critici discutevano di tecnica pittorica, la Regina Margherita univa l’Italia (nata da poco) sotto il segno del bello. La sua capacità di attrarre le folle fu il vero motore che trasformò un’esposizione locale in un evento di risonanza mondiale.
Mentre i giornalisti di oggi si affrettano a scrivere delle ultime tendenze, noi facciamo un passo indietro per scoprire che la Biennale è nata proprio così: tra lo sfarzo dei Savoia, il coraggio di un sindaco, Riccardo Selvatico, che era deciso ad omaggiare le nozze d’argento dei reali avvenute nel 1893. Ci misero due anni ad organizzare tutto. Se oggi la Biennale ci stupisce, nel 1895 riuscì a fare ancora di più: inventò il futuro.
Se oggi seguiamo l’opening della Biennale tra dirette Instagram, hashtag dedicati e recensioni in tempo reale, nel 1895 l’attesa non era da meno. Le testate dell’epoca — dal Corriere della Sera alla Gazzetta di Venezia ai mensili come Emporium — dedicarono intere colonne a quello che veniva descritto come l’evento del secolo.
I tempi oggi sono certo diversi. La critica militante dirige e gestisce sguardi attoniti tra farciture di significati, mentre i giornalisti di fine Ottocento erano più attenti a fare la “radiografia” agli invitati: chi c’era, chi mancava e, soprattutto, come erano vestite le signore dell’alta nobiltà europea.

La prima edizione della Biennale fu nota anche per uno scandalo che la Regina dovette gestire con diplomazia. Il dipinto “Supremo Convegno” di Giacomo Grosso, raffigurava un uomo morto circondato da donne nude in una chiesa. Il Patriarca di Venezia dell’epoca Giuseppe Sarto (il futuro Papa Pio X) vietò ai fedeli di andare a vedere il quadro e chiese la rimozione dell’opera, definendolo immorale mentre il sindaco di Venezia in nome della libertà d’arte si rifiuto di censurarlo. Il risultato ovviamente una folla che accorse in massa proprio per vedere “l’opera proibita”, che finì per vincere il premio del pubblico. Un collezionista americano la acquistò immediatamente per una cifra altissima per l’epoca. Il quadro lasciò l’Italia subito dopo la chiusura della mostra. Il destino finale del dipinto è ironico. Dopo essere stato esposto negli Stati Uniti, il quadro finì in un magazzino o in una galleria in America e andò completamente distrutto in un incendio. Oggi ne rimangono solo fotografie in bianco e nero e alcuni piccoli bozzetti. Si dice che la Regina Margherita, nonostante lo scandalo e la sua profonda fede cattolica, volle vedere il quadro. Si narra che passò davanti alla tela di Grosso con estrema discrezione, ma senza mostrare lo sdegno che il clero si aspettava da lei. L’atteggiamento fu chiaramente meditatorio ma la mancata presa di posizione sdoganò la libertà di espressione dell’artista, facendo acquisire alla regina il ruolo di “protettrice delle arti”.
