Ogni volta che varco la soglia del complesso millenario dell’Abbazia di Rosazzo, avverto quel misto di riverenza e di attesa che solo i luoghi intrisi di storia sanno evocare. Ho visitato di recente la nuova, imponente esposizione della XIII Biennale d’Arte che le sale espositive ,restaurate con una lungimiranza architettonica che altrove ci invidiano, tributano a Safet Zec. Un appuntamento di grande impatto, impreziosito dal generoso dono di una monumentale tela, L’ultima cena (o Cena di Emmaus), concepita dall’artista e destinata a rimanere come custode permanente tra quelle mura.

Eppure, di fronte alla solennità di questo ritorno e alla definitiva consacrazione dell’opera nel patrimonio dell’Abbazia, che va ad aggiungersi alla galleria di presenze stabili di numerosi altri artisti che nel tempo hanno lasciato traccia del loro passaggio, penso ad esempio alle opere di maestri come Ogata, Atchugarry o Finotti non riesco a spegnere una nota di irrequietezza intellettuale. Sia chiaro: la pittura di Zec non si discute. La sua cifra stilistica, densa di drammaturgia esistenziale, di ferite storiche e di una figurazione che sa farsi epica, rappresenta un pilastro ineludibile del panorama visivo internazionale. Ma la mia riflessione, che da tempo matura nel confronto silenzioso con galleristi, critici e operatori del settore, non riguarda il merito del singolo artista, bensì la miopia di un metodo.

Perché dobbiamo assistere a questo insistito looping espositivo? A memoria d’uomo, tra queste sale e le propaggini del territorio friulano, sembra che la programmazione culturale si muova lungo binari blindati, riproponendo ciclicamente i medesimi nomi.

Il conformismo delle sale e la paura del rischio

Osservando quei magnifici spazi espositivi ,contenitori d’eccellenza che troppo spesso, a sipario chiuso sulla grande mostra di turno, tornano a sonnecchiare nel silenzio, avverto il peso di un’occasione mancata. Quando un’istituzione sceglie di abitare ininterrottamente nella comfort zone del nome sicuro, si compie un cortocircuito sottile. Si scambia la cultura per un inventario notarile, dove il plauso è garantito a tavolino e il brivido della ricerca viene bandito per quieto vivere.

È una sorta di aristocrazia del già visto, un salotto buono dove le porte si aprono sempre e solo agli stessi ospiti d’onore. Si teme forse che un’opera d’arte dissonante, un linguaggio spiazzante o il talento di una voce emergente possano incrinare la patina di rispettabilità della roccaforte?

L’auspicio di un’apertura: dare spazio alla qualità che c’è

Eppure, la soluzione sarebbe tanto semplice quanto feconda. La nostra regione, e più in generale il territorio circostante, pullula di intelligenze creative, di voci rigorose che meriterebbero ben altra visibilità. Penso a giovani artisti di talento, intendiamoci lontanissimi dai dilettanti della domenica, con tutto il rispetto per chi coltiva questa nobile passione, ma professionisti seri, formati e misurati, e penso anche ad autori non più giovanissimi, o a figure che magari ci hanno lasciato ma la cui opera meriterebbe di essere riscoperta fuori dai soliti circuiti.

Perché non istituire una via d’accesso democratica e trasparente? Basterebbe offrire la possibilità concreta di presentare un progetto espositivo strutturato. Un’istanza aperta, soggetta naturalmente alla valutazione e al vaglio insindacabile della Fondazione e dei suoi curatori, per decidere collegialmente cosa meriti di abitare quelle sale. Ma almeno dare la possibilità di farlo. Almeno concedere l’opportunità di bussare a quella porta, rompendo quel recinto invisibile che trasforma uno spazio d’arte in una cittadella chiusa.

Auspico, da osservatore appassionato e critico, un moto di coraggio. Non si tratta di svilirne il blasone, ma di comprendere che l’arte, per essere tale, non può ridursi a un esercizio di conservazione museale o a un atto di devozione ripetitivo. La vera sfida, e forse la provocazione più necessaria, sta nell’avere l’audacia di allargare gli orizzonti. Perché se è vero che la bellezza millenaria dell’Abbazia di Rosazzo sa accogliere il sublime, è altrettanto vero che il futuro ha disperatamente bisogno di fare un po’ di rumore e di dare voce a chi, con pari dignità e talento, attende solo di poter mostrare il proprio lavoro.

https://abbaziadirosazzo.it

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