Questo pensiero lo voglio dedicare al giornalista e critico d’arte Licio Damiani. Arguto, delicato, poetico, esteta, questo era Licio Damiani. Ricordo con simpatia le sue mise estive bianche, cappello panama e cravatte molto colorate.

Aveva sempre una parola buona per tutti e trovava sempre qualcosa di positivo e incoraggiante in ogni artista, grande o piccolo che fosse che gli chiedeva una lettura della propria opera. Con passo lento, vellutato, salutava tutti con grande enfasi sollevando il braccio. Gli occhi vivaci e lucidi di chi ama la vita e ama conoscere e scoprire, i modi garbati di un vero “signore” fin de siècle. Purtroppo l’ho conosciuto quando ormai aveva perso l’uso della parola. Soleva dirmi che “il male oscuro” gliela aveva tolta. Proprio quella parola che tanto importante era stata nel suo lavoro di giornalista RAI. Positivo come sempre, anche nel male seppe vedere la luce e fu cosi che tramutò il suono in scrittura. Una scrittura talmente poetica da essere quasi cantata, dove trasmetteva tutto il suo amore per la vita.

 Lussinpiccolo la sua terra natale

Nacque nel 1935 a Lussinpiccolo (Istria). Fu esule come molti altri italiani e di questo, delle sue origini, ne andava fiero e amava raccontare e condividere i ricordi della sua terra natia con tutti quelli che avevano vissuto la sua stessa condizione. Laureatosi a Trieste in giurisprudenza cominciò subito a collaborare con alcuni quotidiani, dopo una breve pausa a Como dove lavorò come responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Associazione Italiana Fabbricanti Seterie, collaborando nel contempo alla rivista del Cinematografo di Roma. Rientra a Udine nel 1964 come giornalista professionista per lavorare all’Ufficio Stampa della Regione senza mai rinunciare alle critiche d’arte sui periodici e quotidiani1. Nel 1985 assunto come caposervizio alla sede RAI del Friuli Venezia Giulia si dedicò principalmente alla trasmissione radio oggi da tutti amorevolmente ricordata dal titolo “Vita nei Campi” i cui interventi furono minuziosamente trascritti in un volume nel 2017. Collaborò per diverse riviste e quotidiani e realizzò documentari cinematografici e televisivi. Prestò lungamente la sua penna al Messaggero Veneto, scrivendo per le pagine della cultura della regione Friuli Venezia Giulia. Fu membro e presidente di numerose associazioni culturali oltre che componente della commissione Diocesana di Arte Sacra di Udine. Continuò ad essere collaboratore scientifico prima della Galleria D’Arte moderna di Udine di cui nel 1983 concorse all’allestimento e poi di Casa Cavazzini.

Fervido studioso, si occupò di storia e critica d’arte, raccogliendo impressioni e documentazioni sulle quali in modo elegante stendeva il proprio contributo. Ricordiamo in particolar modo “Il Liberty e gli anni Venti”(1978), “L’arte del Novecento”(2001). Numerosi sono inoltre gli interventi relativi agli artisti del Novecento su cataloghi e monografie. Scrisse di Candido Grassi, Ernesto Mitri e Silvio Olivo. Approfondì il suo lavoro di ricerca sulla figura di Angillotto Modotto, sul quale molto si spese affinché ne venisse riscoperta la grandezza.

Amava il confronto culturale e frequentava con costante piacere storici dell’arte, giornalisti, direttori di musei e gli studi degli artisti friulani in particolare. Si interessava in particolar modo ai loro ultimi lavori. Spesso con lui mi confrontavo sulle opere degli autori ed era fantastico trovare assonanze e divergenze iconografiche, spaziando in similitudini che coprivano uno spettro di influenze visive sconfinate. Licio non si accontentava di accostare un pittore ad un altro ma contemplava le contaminazioni con il cinema che tanto amava, il teatro e la letteratura, erano in grado di conferire all’opera d’arte un di più o da essa erano influenzate. La stagione neo realista italiana la conosceva in modo molto approfondito, come ne conosceva gli artisti. Guttuso e Zigaina in particolare, con il quale coltivò una profonda amicizia.

Licio Damiani mi insegnò a guardare oltre il puro dato critico e scientifico, mi insegnò a guardare l’essenza poetica stessa di un’opera.

Entrare in casa sua voleva dire calarsi in una distesa di dorsi variopinti di diverso spessore e lunghezza. Un mare mosso di libri, accatastati ordinatamente in doppia fila su librerie fatte su misura a cui nel tempo aveva aggiunto scaffali e traversi sopra le porte al fine di poter allungare lo spazio per ospitare volumi nuovi che spesso riceveva in dono.

Alla sua scomparsa la biblioteca di Licio Damiani comprendeva oltre 3000 titoli, di cui la maggior parte rappresentati da volumi di narrativa, filosofia, letteratura e arte contemporanea, con la sezione più ampia dedicata alle monografie degli artisti del Novecento italiano. Ragguardevole e preziosa la parte dedicata al teatro e al cinema in cui aveva raccolto anche assolute rarità in edizioni particolari e di ridotto numero, sia stampate da editori privati che dalle pubbliche istituzioni. Sulla stessa linea la vasta raccolta di materiali audio e video, film, registrazioni radiofoniche, documentari e riprese di rappresentazioni teatrali.

La sua vocazione alla ricerca traspare in molte di queste pubblicazioni, nelle quali amava includere proprie glosse manoscritte o gli articoli di giornale relativi allo stesso volume o allo stesso artista, provenienti per lo più da quotidiani nazionali o dalle riviste specialistiche.

Condizionato dalla sua professione, passione e amore per la conoscenza sono migliaia i libri che Licio Damiani ha letto o guardato cercando immagini inutili. Sono presenti alcuni volumi con dediche autografe dell’autore come quelli di Carlo Sgorlon, suo grande amico, che lo portò con se in Cina alla presentazione del romanzo “Filo di seta” di cui conservava una rarissima copia tradotta in cinese.

Non potevano mancare nella sua biblioteca testimonianze della poetica dannunziana e diverse raccolte di liriche dei poeti giuliani e dalmati oltre che francesi, che amava leggere in lingua originale.

Curiosa infine è la sua raccolta di libri di cucina. Ne leggeva le ricette con interesse per poi chiedere a qualche amico chef o alla moglie di rifargli quel particolare piatto.

Di Licio conservo sempre il sorriso benevolo e l’occhio curioso a ciò che sentiva e vedeva. Uomo d’altri tempi, non si confondeva ma restava silenzioso a cogliere questa o quella sfumatura nell’infinita sinfonia della vita che tanto amava.

BIBLIOGRAFIA

  1. Gabriella Bucco, Per Licio Damiani. Il critico che si divertiva con l’arte, in “Amici dei Musei”, n.2 semestrale 2022, pp.6-7. ↩︎

http://www.rai.it

www.societàfilologicafriulana.it

www.civicimuseiudine.it

www.anvgd.it