


Il lavoro di Luigi Strazzabosco (Padova 1895-Padova 1985) è stato di costanza ed ostinazione maestro della scultura figurativa.
La pratica e la plastica si sono evolute insieme tra le mani di un autore fermo e sincero, proprio secondo etimologia del termine. Sine cera non è quindi solo un riferimento ad una forma di integrità morale, ma anche un modo di disegnare le forme attraverso una manipolazione certa, come il segno dello scalpello sulla pietra.
Luigi Strazzabosco conosce prima qualunque tecnica e, come ogni scultore capace, elabora la propria, acquisendo sensibilità per ogni materiale e combinazione tra i materiali. Le patine o le coloriture restano oneste, elaborate dalla lunga pratica come decoratore di interni. La storia sua è di quelle eroiche che hanno a che fare con la dedizione al proprio lavoro, alla propria famiglia ed alla vita altrui. Strazzabosco non esita mai, nella scultura come nel vivere, modella con energia i materiali più ostili e duri, come si getta addosso a cavalli imbizzarriti per salvare una bimba o nascondere nel suo studio una famiglia alle persecuzioni nazifasciste.
La formazione e l’evoluzione della sua scultura figurativa
La storia della sua arte molto ha a che fare col talento e molto c’entra con la gavetta: lunga, fatta per passaggi silenziosi, devoti e attenti ad ogni aspetto dell’esperienza altrui da acquisire. Si diploma all’Istituto Superiore d’Arte “Pietro Selvatico” di Venezia, studiando con Ettore Tito, il maestro campano assai influente in quel periodo, non solo negli esiti della sua pittura ma anche nel fermento culturale che vedeva Venezia come centro di sviluppo delle arti e del pensiero a lui contemporaneo. Lavora con la ditta Sanavio da cui impara il mestiere di decoratore a stucco, per aprire una propria ditta che resterà attiva fino all’inizio della seconda Guerra Mondiale. Nel mentre sviluppa e affina il suo linguaggio continuando il suo fortunato percorso espositivo, che lo porterà a tenere mostre personali a Venezia, Milano, Bologna e nella sua amata Padova.
Significativa l’attività espositiva degli anni Trenta, che lo porterà per quattro volte ad esporre alla Biennale di Venezia (1930,1934,1936,1938) e nel 1933 a Firenze alla prima Mostra del Sindacato Nazionale Fascista degli Artisti. Saranno i risultati ottenuti e lo scoppio del conflitto mondiale a convincerlo a chiudere la ditta di stucchi per dedicarsi completamente al suo lavoro di artista. Da grande uomo ebbe accanto una grande donna, Antonietta Simeoni, che lo sostenne, anche economicamente, durante i primi difficili periodi della sua nuova professione. I periodi a cavallo del conflitto mondiale furono complessi e non esenti da altri atti di consapevolezza civile, quando anche da sfollato fuori dalla città di Padova, per paura dei bombardamenti, non esitò ad aiutare la famiglia di Anna Goldstein nel rifugiarsi in una casa messa loro a disposizione dal parroco di Bastia di Rovolon.
La fine della guerra segnò la ricostruzione della sua città e della sua carriera che lo videro presto assai richiesto nel suo confrontarsi attivamente con la dimensione della monumentalità civile e nella scultura sacra, nella quale ebbe i suoi maggiori riconoscimenti. Nel mentre il suo ruolo lo porterà a non essere decentrato dalla scena artistica italiana, partecipando alle Quadriennali di Roma del 1952,1956 e 1966. Nella sua ricerca sulla scultura figurativa ha conosciuto lo studio della classicità ed osservato i movimenti d’avanguardia tenendosi volutamente a distanza da entrambi. Essere artista del proprio tempo lo interpreta attraverso un’analisi diversa, legata a qualcosa intimamente radicata nell’animo umano. Nessuna spettacolarizzazione ma l’analisi di un dettaglio che rivelasse la profondità di un concetto, nella piega di una veste, nell’espressione di un soldato o nell’abbozzo di un sorriso.
La sua cifra distintiva fu la capacità incredibile di infondere umanità e pathos nel marmo e nel bronzo. Parlare di lui significa riappropriarsi di un pezzo della nostra identità culturale, fatta di pazienza artigiana e profonda sensibilità umana. Come ogni scultore Luigi Strazzabosco è stato anche un instancabile disegnatore, con la capacità di esplorare anche linguaggi a lui meno familiari che lo mettevano in dialogo con quella contemporaneità che teneva a margine. Ne è dimostrazione la mostra personale che gli dedica la Galleria Plurima nello stesso periodo in cui avrebbe poi presentato artisti che hanno teorizzato la contemporaneità attraverso una pluralità di linguaggi. La ricerca paziente non conosce il degrado miserabile delle idee legate alle mode.
