


In un panorama che spesso premia la cautela, c’è chi sceglie la strada della passione e dell’intraprendenza. Siamo andati a Udine per scoprire Galleria 109, la bellissima sfida di una trentenne che, forte della sua formazione in storia dell’arte, ha inaugurato un angolo di ricerca e accoglienza dove ogni pezzo racconta una storia di intuizione e atmosfera.
Aprire uno spazio indipendente oggi è un atto di puro coraggio. Farlo scommettendo su pezzi dal passato, capaci di nascondere gemme inaspettate, significa proporre una galleria che non si basa sul valore speculativo del grande nome, ma sul fascino estetico e d’arredo dell’oggetto unico. Un progetto fresco che dimostra come fare impresa culturale oggi sia ancora possibile, puntando sulla curiosità, sugli affetti familiari e sul desiderio di circondarsi di storie.
Partiamo dal nome, che ha una storia decisamente originale. Perché Galleria 109?
È una scelta nata da un misto di autoironia e desiderio di riscatto! 109 è stato il mio voto di laurea. Per molti può sembrare un ottimo traguardo, ma per me, sul momento, è stato vissuto quasi come una piccola sconfitta, quel “mancato 110” che ti lascia un po’ di amaro in bocca. Ho voluto dare questo nome allo spazio proprio per trasformare quel piccolo rammarico universitario nell’inizio di una vittoria, il punto di partenza della mia avventura imprenditoriale.
Tu vieni da Latina, ma dieci anni fa hai scelto Udine per i tuoi studi e oggi la scegli di nuovo per lanciare la tua attività. Come nasce l’idea di questo spazio, soprattutto in un momento storico non facilissimo per il mercato del lavoro?
Dopo la laurea e i corsi di specializzazione, scontrarsi con le difficoltà del mondo del lavoro è stato inevitabile. Ma non volevo arrendermi. L’illuminazione è arrivata guardando mio papà: in tanti anni di passione ha accumulato un vero e proprio magazzino pieno di oggetti e opere d’arte. Un giorno, osservando tutto quel materiale, mi sono detta: “Ma perché non proviamo a metterlo a frutto?”. Così, unendo la sua collezione alle mie competenze e al mio sguardo, mi sono inventata questo spazio. Udine mi ha accolto dieci anni fa come studentessa e oggi è diventata il luogo perfetto per questa scommessa.
Entrando nella galleria si nota subito un’atmosfera intima e densa di storie: una stanza, una scrivania e pareti piene di quadri che si arrampicano fino al soffitto. Qui cerchi la bellezza delle cose ritrovate. Qual è la filosofia della tua selezione?
La mia idea è quella di proporre un’arte accessibile e democratica, dove a parlare sia l’opera stessa e il suo impatto visivo. Mi affascina l’idea di andare alla ricerca di questi pezzi dal passato, di dipinti che abbiano una storia da raccontare, anche quando l’autore è totalmente ignoto. C’è un fascino immenso nello scoprire la qualità dove gli altri vedono solo polvere. Credo che si debba saper riconoscere la bellezza ovunque si nasconda, restituendole il valore che merita.
A proposito di scoperte, so che spulciando tra i vari materiali sono emersi alcuni pezzi davvero straordinari, come il volume delle favole di Trilussa datato 1920 o un’ opera di Ebe Poli del 1940.
Sì, è una storia bellissima che mi emoziona particolarmente e che conferma il valore della nostra ricerca. Tra i vari pezzi è spuntata un’opera di Ebe Poli, una pittrice di rilievo. La cosa incredibile è che si tratta proprio del quadro esposto alla Biennale di Venezia del 1940, intitolato Venezia. La Piazzetta. Ritrovarlo e poterlo esporre qui a Udine, in Galleria 109, è la prova che dietro i pezzi dal passato si possono celare storie e valori culturali immensi.
I giovani e il mercato dell’arte da Galleria 109 Udine
Ho notato che tra i tuoi clienti ci sono molti giovani. Che rapporto hai con loro e cosa cercano in questo spazio?
È una dinamica che mi sta dando molte soddisfazioni. I ragazzi della mia generazione, intorno ai trent’anni, stanno iniziando a personalizzare e arredare le loro prime case. C’è il forte desiderio di superare lo “stile IKEA” e l’omologazione dell’arredamento di massa: cercano qualcosa di unico, personale, che abbia un’anima. Spesso entrano dicendomi: “Dammi pure quello che vuoi, l’importante è che mi piaccia e mi trasmetta qualcosa”. Forse non si considerano collezionisti nel senso classico del termine, non cercano la firma da investimento, ma scelgono un quadro per il puro gusto dell’arredamento e per il piacere di circondarsi di cose belle, spesso per spazi più piccoli ma curati. Trovo che sia un modo splendido e spontaneo di far entrare l’arte nella vita di tutti i giorni.
Spesso i giovani si sentono quasi “esclusi” dalle gallerie d’arte tradizionali, sia per l’approccio che per i costi. Da Galleria 109 che tipo di investimento si trova?
Volevo che il mio spazio abbattesse quel muro di timore reverenziale che spesso allontana le persone dall’arte. Qui si può entrare anche solo per curiosità. Dal punto di vista economico, ho voluto proporre una selezione molto trasversale: abbiamo un range di prezzi che parte da cifre accessibili come € 30, per piccole grafiche o stampe, fino a un massimo di € 2000 per i pezzi più importanti e strutturati. Questa flessibilità permette a chiunque di iniziare a investire nel proprio gusto personale.
C’è un aspetto affascinante in tutto questo: tu hai alle spalle una formazione in storia dell’arte, un percorso di studi focalizzato sulla teoria e la ricerca. Come riesci oggi a far convivere questo tuo bagaglio culturale con il lavoro commerciale della galleria, che richiede pragmatismo e senso degli affari?
Devo dire che per me l’unione di questi due mondi è arrivata in modo quasi spontaneo, come una risposta naturale alle circostanze. Non vedo il commercio come un limite, ma come un modo per mettere in pratica ciò che ho studiato. Gli studi mi hanno dato l’occhio e la sensibilità per leggere un’opera, per capire se ha una qualità estetica. Il lavoro in galleria trasforma la teoria in qualcosa di vivo: mi permette di appassionare i clienti, spiegando loro il fascino di un pezzo che viene dal passato. Alla fine, gli studi mi servono per muovermi con criterio, e la galleria per dare una seconda vita all’arte.
“I lavoratori dell’arte”. L’arte entra in casa. Intervista a Marco Vinetti, Vimarte.
